sabato 31 luglio 2010

NOBRAINO in concerto il 4 agosto alla Cooperativa Owen

IL GRUPPO ITALIANO RIVELAZIONE 2010!

Cosa direste sapendo che il Bassista in realtà è un Pivot? E che il chitarrista è un'ala, mentre il cantante è una guardia? Ovviamente il batterista, piccoletto, è un playmaker. Proprio così, I Nobraino nascono come squadra di basket nella bassa romagna degli anni Novanta. Una squadretta di quartiere che perde quasi tutte le partite e che la sera si ritrova nei magazzini della palestra dove ha...nno messo in piedi una piccola salaprove.

Questi sono i Nobraino, un gioco vale l'altro e almeno ci siamo spiegati l'altezza media. Ma il quinto? Lui continua con la pallacanestro, gli va decisamente meglio, ma non per molto. Il primo lavoro discografico dei Nobraino è 2006, “The Best of Nobraino”, nato per il canale indie, riscuote un ottimo riscontro, compreso il premio Imaie 2006 per il miglior album di esordio. Nel 2007 vede la luce “Nobraino Live al Vidia Club”, un live insolito che raccoglie direttamente dal vivo le nuove idee del gruppo con 7 inediti e due personalissime reinterpretazioni di "Morna" di Vinicio Capossela e "Ma che freddo fa" di Nada.

Ma sono il 2008 e il 2009 gli anni più importanti per i Nobraino con oltre 200 date all'attivo e la vittoria di premi e riconoscimenti importanti come: DemoRai e Sele D'oro e il premio band rivelazione dell’anno al MArteLive L'anno appena iniziato li ha già visti esibirsi sul palco di Repubblica Roma Rock, del dopofestival di Sanremo 2010 in onda su Youdem TV e del Circolo degli Artisti di Roma, dove hanno presentato “La giacca di Ernesto”, il singolo che anticipa di un mese l’uscita del nuovo album.

L’11 e il 12 marzo inoltre la band è stata ospite musicale di Parla Con Me, la trasmissione di Serena Dandini in onda su RAI TRE.

Ulteriori informazioni: http://www.myspace.com/nobrainomusic#ixzz0us7c8jSc




giovedì 22 luglio 2010

Le discariche della Provincia di Taranto crocevia del malaffare

L'operazione 'Ragnatela' ha portato all'arresto di nove persone e al sequestro dell'Eco Service. L'inchiesta passa a Macerata. Gli avvocati: "Puntiamo sulla credibilità della società"


Macerata, 17 luglio 2010 - Ogni carico di rifiuti trattatovaleva circa 9mila euro, senza contare poi le tangenti in denaro e i piccoli favori, come una macchina riparata o un nuovo impianto a metano. Tutto a carico della società Eco Service di Corridonia, in provincia di Macerata. Hanno agito indisturbati per anni, facendo viaggiare oltre 100mila tonnellate di rifiuti pericolosi dal sud fino al nord Italia, per essere poi ripuliti (per finta) presso la Eco Service e rimandati in discariche compiacenti.

Questo grazie anche alle soffiate di un agente di polizia giudiziaria in servizio presso la procura di Macerata, e alla distrazione di quasi tutti gli enti preposti ai controlli, eccetto i carabinieri del Noe di Ancona. Ora l’inchiesta ‘Ragnatela’, che ha portato all’arresto di nove persone (altre 21 sono indagate a piede libero), al sequestro dell’Eco Service e di 30 automezzi, e al recupero di 90 mila euro di ecotassa evasa, su un giro d’affari illegale stimato in 15 milioni di euro, passa per competenza dalla procura di Napoli a quella di Macerata.

Gli atti dell'inchiesta, circa 140 pagine di ordinanza del gip collegiale partenopeo e 3.000 pagine di informativa dei carabinieri del Nucleo per la tutela dell’Ambiente, sono già stati depositati presso gli uffici giudiziari maceratesi, che da lunedì condurranno le indagini. Tutto è partito due anni fa da un segnalazione del Noe della Campania sui camion in viaggio dalla discarica di Casoria verso le Marche.

Si è scoperto così che su ogni automezzo, che in media trasportava 23 tonnellate di rifiuti pericolosi, dai fanghi industriali agli scarti delle raffinerie di Gela, la Eco Service e i suoi complici (laboratori di analisi, singoli professionisti, titolari di discariche ecc.) lucravano 9 mila euro di guadagno netto. Rendere inerti i rifiuti tossici costa in media 12 mila euro, mentre per 23 tonnellate di scarti normali la spesa si riduce a 3 mila euro.

Secondo l’accusa, la ‘cricca’ produceva documentazione falsa per attestare il trattamento più costoso, in realtà mai eseguito. Le miscele di scarti finivano tali e quali nelle discariche di destinazione: la ‘Senesi’ di Morrovalle di Macerata, la Bleu di Canosa di Puglia, la Vergine srl di Taranto, la Wev di Dresda in Germania, e altre cinque impianti su cui gli accertamenti sono ancora in corso.

Nel frattempo i principali indagati si difendono, e si dicono certi di poter "chiarire tutto" con i magistrati. Gli avvocati Claudio Marcolini e Giancarlo Giulianelli, difensori di Pietro Palmieri e del figlio Giordano (Eco Service), e di Gianfranco Bernabei e del nipote Adriano, responsabile commerciale e tecnico della stessa srl, puntano sulla credibilità della società, mai messa in discussione prima d’ora.

"La Eco Service - sostiene Giulianelli - a suo tempo è stata riconosciuta come azienda modello da una commissione parlamentare di indagine. I rifiuti che trattava sono finiti anche in Germania, senza mai essere contestati". L’avvocato Giovanni Bora, che tutela l’ufficiale di Pg Marcello Cioppettini, per il quale si appresta a chiedere la revoca della misura cautelare, afferma che il suo assistito "è sempre stato in prima linea nel combattere il traffico illecito di rifiuti".

"Quelli che nell’inchiesta figurano come suoi associati - argomenta - erano solo suoi informatori". E comunque, "proprio per favorire le indagini, Cioppettini ha rassegnato le proprie dimissioni" dall’incarico (peraltro già sospeso, con l’agente rinchiuso in carcere).

da Il Resto del Carlino.it


sabato 17 luglio 2010

Troppe concessioni al siderurgico, si chiuda la cokeria!

COMUNICATO STAMPA DI TARANTO LIBERA


E’ ancora allarme. I superamenti registrati da ARPA Puglia nei primi mesi del 2010 sono risultati 3 volte superiori al valore obiettivo di 1 ng per metro cubo. Questi dati confermano le nostre perplessità in merito alle dichiarazioni fatte dall’Ilva secondo le quali le cokerie risponderebbero in
pieno a quanto previsto negli atti di intesa e sarebbero pertanto realizzate e funzionanti nel rispetto delle Migliori Tecnologie Disponibili.
Il Sindaco, secondo l’Ilva, avrebbe dunque emanato un’ordinanza ‘inutile’.
Ebbene, alla luce degli ultimi dati, viene da chiedersi quanto efficaci siano
davvero queste MTD e soprattutto quanto sia utile pretendere ancora monitoraggi e campionamenti in continuo da un’azienda, l’Ilva, che prima si dichiara pronta a collaborare e poi in extremis rispedisce al mittente un’ordinanza sindacale.
Il 98% del benzo(a)pirene, prodotto nell’area industriale, proviene dalle cokerie dell’Ilva. Questo quanto sentenziato dall’ARPA. L’Ilva invece con ostinazione ribadisce che le ragioni degli sforamenti del valore obiettivo di benzo(a)pirene sono da ricercarsi in altre sorgenti emissive (quali ad esempio?).
L’Ilva lo dimostri. L’Ilva dimostri che tutti gli IPA provenienti dalla zona industriale non provengono dal polo siderurgico.
L’Ilva, invece, si arroga il diritto di calpestare Taranto e l’ordinanza emanata dal Sindaco secondo la quale l’Ilva avrebbe dovuto presentare un piano di ottimizzazione degli impianti, applicando le migliori tecnologie disponibili (BAT), finalizzato alla limitazione/minimizzazione delle ricadute in ambito urbano. Nell’ordinanza non c’è alcun riferimento al rispetto del valore obiettivo di 1 nanogrammo per metro cubo né cenni sulle misure da adottare in caso di mancato rispetto dei termini di 30 giorni. Se l’Ilva dovesse poi procedere con un ricorso contro l’ordinanza sindacale si potrebbero creare i presupposti per una battaglia senza fine.
Un comportamento da parte dell’Ilva che il comitato Taranto libera aveva previsto e che l’aveva portato a definire quell’ordinanza ‘approssimativa’. Ancora una volta numerose voci si levano invocando il rispetto. Un concetto che l’Ilva ha abbondantemente dimostrato di non conoscere.
Quante volte ancora dovremo gridare all’allarme? Quando Sindaco e Giunta comunale si decideranno a salvaguardare in primis la salute dei cittadini prendendo provvedimenti drastici ma necessari? Non c’è più tempo per il dialogo e per le richieste.
E’ arrivato il momento di fare fronte unico, si ordini, quindi, la chiusura della cokeria.

venerdì 16 luglio 2010

ATTENTI ALL'AQP...

Cara/o utente dell’Acquedotto Pugliese S.p.A., se prendi una delle ultime bollette dell’acqua
potrai constatare che l'importo della fattura è composto – ora - dalla sommatoria di tre voci di costo:
1. dal corrispettivo dell'acqua;
2. dal canone riguardante il servizio di fognatura.
3. dall'importo del servizio di depurazione; il tutto calcolato sulla base quantità di acqua che consumi e dei reflui che produci:
A Grottaglie, la fognatura è gestita per una parte – di gran lunga la maggiore – dal Comune e per altra parte – piccola – dall’Aqp. Per tale elementare ragione, la maggior parte dei cittadini grottagliesi, utenti dell’Aqp, non hanno l’obbligo di corrispondere il servizio di fognatura all'Aqp; e fino ad un certo punto, correttamente, l'Acquedotto Pugliese non ha chiesto ai propri utenti serviti dalla rete fognante comunale il pagamento per un servizio che non eroga.
Da qualche tempo, invece, presumibilmente a partire dal 2009 (ma questo dato va verificato con estrema precisione), sta facendo pagare a tutti, sia ai suoi utenti che a quelli serviti dal Comune, il canone di fognatura.
Ciò significa che, probabilmente, migliaia di utenti grottagliesi che scaricano i reflui che producono nella rete fognante cittadina gestita dal Comune, stanno pagando all'Aqp un servizio che la Società non eroga.
Spero di essere stato chiaro nell’ordinare la storiella, per il resto, Cara/o utente dell’Acquedotto Pugliese S.p.A. a Te l'onere di verificare con lor signori dell’Aqp la tua situazione e, ove ne ricorrano i presupposti, di pretendere senza ulteriori indugi le rettifiche richieste dal caso.
Un saluto, Fortebraccio.-

lunedì 12 luglio 2010

Come rinascere dopo i veleni. La città dell' acciaio alla prova

Il Comune, in mano a una sinistra divisa, è assediato da truffe e debiti e aspetta il referendum sulla vecchia Italsider che inquina ma dà lavoro

Volete voi, per la vostra salute, rinunciare al 75% del Pil? Mica facile rispondere a una domanda così. Eppure è questo il primo quesito che verrà fatto ai tarantini se andrà in porto il referendum promosso da «Taranto futura». Referendum contro il quale sono stati sollevati davanti al Tar vari ricorsi. Non solo da parte dell' impresa presa di mira e della Confindustria ma anche della Cisl e della Cgil. L' Ilva rappresenta per la città pugliese, con i suoi 15 milioni di metri quadri di superficie, i suoi 200 chilometri di rete ferroviaria e 50 di strade interni, i suoi 9 milioni di tonnellate di acciaio solidificato, i suoi 13 mila dipendenti diretti e 7 mila nell' indotto, un colosso che pesa molto più della Fiat a Torino negli anni d' oro. Che la gigantesca industria siderurgica nata Italsider 50 anni fa (9 luglio 1959) e rilevata nel ' 95 dal gruppo Riva abbia per decenni impestato Taranto, l' antica e nobile Taras della Magna Grecia, è fuori discussione. Lo certifica nel «Rapporto ambiente sicurezza 2009», edito per rasserenare gli animi, lo stesso Emilio Riva ammettendo che quando arrivò lui «gli stabilimenti della società, in particolare quello di Taranto, versavano in condizioni critiche e poca attenzione era riservata alle problematiche ambientali». Tanto da costringerlo a investire «per l' ambiente e l' ecologia» complessivamente 907 milioni di euro. Risultati? Ottimi, sostiene l' Ilva: riduzione «del 70% della concentrazione di polveri nei fumi dell' agglomerato», di «oltre l' 80% nelle emissioni globali di ossido di zolfo», «oltre il 50% delle emissioni di cloro», «un ulteriore 50% di emissione di diossine» e via così... Di più: il consumo di acqua industriale è stato ridotto in 15 anni «del 40%» e sulle acque di scarico sono stati «investiti 110 milioni di euro per una riduzione fino al 98-99% di alcuni inquinanti». Ancora: su 5.514 campionamenti monitorati dal ministero dell' Ambiente «solo 16 hanno superato il limite di concentrazione della soglia di contaminazione prevista per i suoli a uso commerciale e industriale». No: risultati mediocri, ribattono gli ambientalisti. I quali ammettono che sì, una riduzione dei danni c' è stata, ma non sufficiente. «Secondo l' Agenzia per la Protezione dell' Ambiente Taranto è la città più inquinata d' Italia - accusa Alessandro Marescotti di Peacelink -. Il nostro è l' unico caso in cui il 93% dell' inquinamento viene da polveri sottili di origine industriale e solo il 7% è costituito da quello di origine civile. I morti di cancro rispetto a una volta sono raddoppiati. Stando alle proiezioni dell' Arpa Puglia sulle rilevazioni del febbraio 2008 l' area a caldo emette 172 grammi/anno di diossina cioè quanto Spagna, Svezia, Austria e Gran Bretagna messe insieme». Non basta: «La relazione Inail "La mortalità per neoplasie a Taranto" di Miccio e Rinaldi dice che "si rileva che il quartiere più prossimo all' area industriale presenta valori di mortalità quasi tripli rispetto ad aree più distanti". E i terreni per venti chilometri intorno sono così contaminati che Vendola ha fatto un' ordinanza che vieta il pascolo...». Leo Corvace, di Legambiente, conferma: «Hanno già dovuto abbattere 1200 pecore e capre perché avevano trovato diossina nel latte e nelle carni. E ci risulta che purtroppo non è ancora finita». Fin qui, gli ambientalisti sono compatti. Anche a dispetto delle perplessità di scienziati come Carlo La Vecchia, capo del dipartimento di epidemiologia del «Mario Negri» di Milano, secondo il quale «i numeri dicono che nel loro complesso non vi è eccesso di tumori a Taranto. C' è stato, questo sì, un problema grave di esposizione all' amianto ma riguardava i cantieri navali. In ogni caso stiamo parlando di esposizioni a rischio in passato. Non oggi». Tesi raccolta dall' avvocato Francesco Perli, legale dei Riva, che rilancia: «L' Ilva non si è mai spostata da dove venne perimetrata e semmai ci fosse uno squilibrio è perché nell' anarchia si sono "avvicinati" abusivamente all' area industriale i quartieri Paolo VI e Tamburi». Risposta di Corvace: «Ma non è vero! Tamburi esisteva da prima dell' Italsider!». Anche sulla chiusura della cosiddetta «area a caldo» dello stabilimento, già smantellata a Genova, i verdi sono d' accordo. Sul referendum, però, la frattura è netta. «Io sono del 1958 e voglio tornare a respirare l' aria che si respirava nel 1958», dice Marescotti. Corvace no: «Io l' anno prima del 1958 partii con i miei genitori per Dunkerque. Non possiamo rimpiangere quella Taranto da dove la gente era costretta a emigrare. Con l' Ilva ci dobbiamo trattare ma il referendum è sbagliato». Cifre alla mano, la fabbrica voluta non solo dalla Dc ma anche dalle sinistre (il titolo del «Corriere del giorno» fu: «Una nuova era si è iniziata a Taranto per la storia del Mezzogiorno d' Italia») pesa per il 75% sul Pil provinciale, per il 20% su quello regionale. E dipende dall' ex Italsider, direttamente o indirettamente, almeno una famiglia tarantina su tre. Va da sé che i quesiti referendari hanno aperto spaccature lancinanti. In particolare il primo: «Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute nonché la salute dei lavoratori contro l' inquinamento, proporre la chiusura dell' Ilva?». Sulle prime la domanda era avventata fino all' ingenuità: «Volete voi cittadini di Taranto, al fine di tutelare la vostra salute, nonché la salute dei lavoratori contro l' inquinamento, proporre la chiusura dell' Ilva, con l' impegno del governo di tutelare l' occupazione, impiegando le maestranze per lo smantellamento e bonifica dell' area...». Immediate ironie dei realisti: «E i pasticcini? Non chiediamo che il governo ci porti pure i pasticcini?». Dicono i «duri e puri» alla Marescotti che «occorre uscire dalla monocultura, prima dei cantieri navali e poi dell' Italsider. La salute viene prima. In India sono più poveri di noi ma nel villaggio di Dhikia a una maxiacciaieria la gente si oppone». Dicono i pragmatici alla Corvace: «Noi ambientalisti non possiamo permetterci di uscire dal referendum dalla parte di chi perde. Dobbiamo trattare, trattare e trattare con l' azienda. Ma il referendum rischia di rivelarsi una sconfitta storica». Se è fetida l' aria spinta dal vento verso il quartiere Tamburi, non meno brutta è l' aria che tira dal punto di vista economico, produttivo, occupazionale. Anche perché è improbabile che lo Stato, invocato nell' iniziale quesito referendario, ambisca a tornare ad assistere i tarantini. La gestione del pubblico denaro negli ultimi anni, infatti, è stata indecente. A raccontarla tutta, la storia del crac del Comune di Taranto, il primo in assoluto in Italia ad avere un liquidatore come capita alle società fallite, ci sarebbe da scrivere un libro. Un po' comico e un po' horror. Prendete la faccenda dei semafori, scoperta da Cesare Bechis del «Corriere del Mezzogiorno». Un bel giorno un funzionario butta un occhio sulle bollette: come è possibile che un semaforo costi meno di 18 euro di elettricità e un altro 1.749? Se fanno entrambi la stessa cosa (luce verde, gialla, rossa...) come è possibile che uno costi cento volte più di quell' altro? Sfoglia i conti e ci resta secco: non c' è semaforo che abbia una bolletta uguale a un altro. Come mai? A certi semafori si attaccavano con i cavi per fregare la luce tutti gli abitanti dei dintorni. Non c' è settore nel quale, per anni, le pubbliche casse non siano state viste come mammelle alle quali era «normale» succhiare il più possibile. Un paio di esempi? Tra tutti i conti presentati dai creditori del Comune (per un totale di 5.960 istanze di gente che diceva di avanzare soldi) spiccano tre parcelle di un avvocato per un totale di 150 mila euro. Mario Pazzaglia, il presidente veneto-marchigiano dell' Ols (l' Organo Straordinario di Liquidazione), non è convinto. Spulcia e scopre che si tratta di tre fatture per la stessa pratica. «Oh, scusate, un errore della segretaria...». Pagamento concordato: 6 mila euro. Venticinque volte di meno. Altro esempio? Lo racconta ancora Bechis: «Fatta cento la tassa sui rifiuti (Tarsu) accertata a carico di un nuovo contribuente, finisce nelle casse comunali il 26,34%». Poco più di un quarto. Ma soprattutto la metà di quello che si trattenevano le società (l' ultima fetta, storicamente, riguarda gli evasori) delegate agli accertamenti e alla riscossione. Che si portavano via addirittura il 47,29% sull' accertato. Un delirio. Per non dire della maxi evasione dell' Ici da parte delle grandi imprese, come la stessa Ilva, che per anni avevano «dimenticato» come l' imposta andasse pagata non solo per le opere in muratura. Totale dell' evasione accertata dal 2003 al 2007: 57 milioni. Una somma enorme. Tanto più per un Comune con l' acqua alla gola. C' è poi da stupirsi che Taranto sia affondata nel 2006 sotto una montagna di debiti che Pazzaglia e i suoi hanno definito proprio giovedì scorso in 835 milioni? E meno male che controllando documento su documento («le fatture erano ricaricate in media del 40% e perfino Equitalia diceva di avanzare dal Comune 25 milioni e invece ne avanzava 4») la somma finale è stata ridotta. Quella iniziale era di 920. Cioè 14.000 euro di buco a famiglia. Dovrebbero studiarla a scuola, la storia degli anni della Grandeur Tarantina. Quando il Comune era amministrato da Rossana Di Bello, una biologa titolare di alcune gioiellerie, fondatrice del primo club pugliese di Forza Italia, eletta nel 2000, rieletta trionfalmente nel 2005 e dimessasi l' anno dopo in seguito a una condanna per abuso di ufficio e falso ideologico nell' ambito dell' inchiesta sull' inceneritore. Appalti incredibili. Contabilità allegra. Megalomanie. Al punto che fu avanzata l' idea (travolta dal crac) di costruire il Colosso di Zeus, una statua gigantesca che avrebbe dovuto ricordare l' antica opera di Lisippo. Colossale fu il buco lasciato dalla giunta berlusconiana. E colossale la legnata inflitta alle elezioni del 2008 alla Casa delle Libertà, precipitata in due anni dal 57,8 al 15,5%, con tracollo di 42,2 punti. Tanto che il ballottaggio per il sindaco vide scontrarsi due schieramenti di centrosinistra con travolgente vittoria (76%) di Ippazio Stefàno, un pediatra che dopo essere stato senatore pidiessino aveva chiuso con la politica attiva per dedicarsi al volontariato ed era appoggiato da un «fritto misto», dall' Udeur a Rifondazione comunista. Tre anni dopo, assediato da mille cittadini in difficoltà, mille beghe interne alla sinistra e mille grane ereditate dal crac («non abbiamo diritto neppure ad avere un direttore generale o un addetto stampa e io me le sogno le venti persone nello staff che aveva la Di Bello!») il sindaco allarga le braccia: «Su 40 seggi la sinistra ne ha 29, la destra 11. Teoricamente dovrei leccarmi le dita. E invece è una lite al giorno. Per ragioni di bottega. Destra e sinistra, solo bottega. Un ostruzionismo continuo, che di fatto va contro la povera gente. Dibattiti sui destini della città, zero. La commissione ambiente e paesaggio, per dire, non è ancora stata nominata. Dovrebbe occuparsi delle spiagge. Siamo a metà luglio e il consiglio comunale non l' ha nominata. Non so se mi spiego». I conti, certo, vanno meglio. Le entrate Ici, per esempio, sono salite da 32 milioni nel 2006 a 45 l' anno scorso e probabilmente 55 quest' anno. Quelle della Tarsu da 19 a 33. Ma alcuni problemi annosi, spiega Stefàno, sono rimasti irrisolti: «Il Comune ha 2000 appartamenti e ne ricava 400 mila euro l' anno. Fatti i conti ogni appartamento rende 200 euro d' affitto. Da non dormirci di notte. Vorrei e dovrei censirli a uno a uno ma mi mancano perfino i vigili. Sulla carta ce ne sono 194 ma 56 figurano "non idonei". Ne restano 140, su due turni. Togli malattie, riposi, assenteisti e di fatto, la domenica, per una città di 200.000 abitanti, sì e no in servizio ce n' è una dozzina». I dipendenti comunali, dice, con «una pianta organica che era stata gonfiata fino a 1.750 dipendenti, sono calati da circa 1.500 a 1.050». Miracolo? Magari. Quando scoppiò il bubbone saltò fuori che decine di funzionari e dirigenti si erano auto-aumentati lo stipendio autocertificando di avere fatto per il Comune dei lavori al progetto. Buste paga da venti, trentamila euro al mese. Con punte di 39.160. Basti dire che a un certo Cataldo Ricchiuti, accusato di essersi regalato 567 mila euro di aumenti illegittimi, furono sequestrati 12 fabbricati, un terreno, 124 mila euro in banca... Ma quelle megatruffe, spiega il sindaco, erano solo la punta dell' iceberg: «Tutti i dipendenti, salvo forse una ventina di persone pulitissime, avevano gli stipendi più alti. Dico tutti. Straordinari senza controllo, "progetti" pagati a parte per fare niente, autocertificazioni di familiari a carico... Tutto "normale" pareva. Quando ho cercato di ripristinare un po' di serietà (ci guardavano come dei marziani rompicoglioni) chi poteva se n' è andato in pensione così che questa fosse calcolata sulla base dell' ultimo stipendio. Sa, piuttosto che vedersela conteggiare su una busta paga ribassata...». Dice che lui, con i conti messi in quel modo, lo stipendio da sindaco non lo tocca neppure: «Lo versano su un conto corrente a parte. E i soldi servono per fare tante cose. Pubbliche. A me basta la pensione». Lo stesso Giancarlo Cito, incazzosissimo bastian contrario, riconosce che sì, «Ippazio è uno che fa le cose con spirito missionario. Pediatra bravissimo. Se i nipotini hanno un problema chiamo lui. Sarebbe un grande missionario in Africa. Per fare il sindaco di Taranto però servono gli attributi. Durissimi bisogna essere. Lui non lo è». Era dimagrito di 45 chili, l' ex sindaco costretto a dimettersi e poi condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa, quando nel 2006 «La Voce del Popolo» lo sparò spettrale in copertina col titolo: «Vi prego, non mi abbandonate!». Pagato il conto con la giustizia, anche se ha ancora qualche gatta da pelare, l' istrionico imprenditore televisivo sembra tornato quello di una volta. Che conquistò la carica di primo cittadino e poi un seggio alla Camera sventagliando sulla sua tv (Tbm: Tele Basilicata Matera ma i tarantini ammiccano che in realtà è Tele Benito Mussolini) raffiche di sgrammaticati insulti ai politici: «Siete delle carogne, dei ladri, dei delinquenti!». «Io vi do un sacco di botte perché avete rubato a quattro ganasce!». «Signori che avete le orecchie a livello di Trombo di Eustacchio!». Per il momento, in politica, c' è tornato per interposta persona. Candidando il figlio Mario (l' unico candidato del pianeta muto come Bernardo, il servo di Zorro: «a parlare penso io») fino a portarlo incredibilmente al 20% alle comunali e addirittura al 30% (solo in città, si capisce) alle provinciali. Due trionfi. A dispetto della fama che ha nel resto d' Italia dai tempi in cui si candidò a sindaco di Milano con uno slogan purtroppo incompreso: «Voglio tarantizzare Milano. Farla diventare come la mia Taranto, la Svizzera del Sud». Una scalata cui seguì quella all' Europa per «tarantizzare Strasburgo». Ora che l' interdizione dai pubblici uffici è scaduta si candiderà ancora? Cito gigioneggia: «Mah...». In ogni caso, convinto com' è di essere stato il più grande sindaco di tutti tempi («io feci rimuovere 40 mila auto in seconda fila, io portare qui l' università, io scendere gli scippi a un paio l' anno...») è tornato a mostrare i muscoli. Letteralmente. Andando a nuoto da Reggio Calabria a Messina («da Villa San Giovanni son capaci tutti») per glorificare l' idea di unire il Mezzogiorno contro l' odiata Lega Nord. Una nuotata alla Mao Tzetung? Ma va là: «Quello s' era fatto un bagnetto nel Fiume Giallo. Plop, plop, fine. Io invece...».

Rizzo Sergio, Stella Gian Antonio dal Corriere della Sera del 10 Luglio 2010

sabato 10 luglio 2010

CS RINASCITA CIVICA

Comunicato stampa

10 luglio 2010

RINASCITA CIVICA COSTRETTA A RIVOLGERSI AL TAR

Rinascita civica, dopo circa 8 mesi dalla presentazione dell’istanza di approvazione del regolamento per l’indizione di referendum consultivi nel Comune di Grottaglie, sottoscritta da 604 (seicentoquattro) cittadini elettori grottagliesi, è costretta a rivolgersi al TAR.

Ci sono state troppe lungaggini burocratiche e si è determinato un impasse nella Commissione consiliare che si occupa di proporre al Consiglio comunale il regolamento da approvare.

C’è in particolare una forte preoccupazione di Rinascita civica sulla possibile approvazione di un regolamento che, secondo le bozze che circolano, conculcherebbe i più elementari diritti di partecipazione democratica, restringendo di molto le possibilità di ricorrere all’istituto del referendum consultivo comunale.

Siccome coloro che governano a Grottaglie devono ancora imparare a rispettare i cittadini e i loro diritti di partecipazione, Rinascita civica, non intendendo aspettare oltre gli otto mesi già trascorsi, è costretta a rivolgersi al TAR.

A seguire notizie su Rinascita civica.

Rinascita Civica - Grottaglie http://rinascitacivica.weebly.com/

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Rinascita civica è nata un anno fa dall’esperienza del comitato Vigiliamo per la discarica, che dal 2004 continua la sua azione di sensibilizzazione, di denuncia e di proposta sul problema specifico della presenza a Grottaglie di una delle più grandi discariche per rifiuti industriali d’Europa.

Tale esperienza ha portato alla consapevolezza che gli evidenti problemi presenti nella città sono causati proprio dalla assenza di una solida cultura di governo della cosa pubblica in chi la amministra e che pertanto esiste a Grottaglie una questione morale che riguarda specificamente l’amministrazione e gli amministratori comunali.

Rinascita civica non è schierata partiticamente e fa politica attiva sul territorio in difesa del bene comune.

Oltre alla presentazione dell’istanza di approvazione del regolamento per l’indizione di referendum consultivi nel Comune di Grottaglie, ha proposto alla città gli incontri con il giornalista investigativo Gianni Lannes su “i veleni che inquinano la nostra terra e i nostri mari”, con l’immunologo Mauro Minelli su “ambiente e malattie correlate”, con i candidati alle elezioni regionali.

Le iniziative di Rinascita civica si possono seguire sul sito http://rinascitacivica.weebly.com/ . E sul foglio “Terra nostra”, versione cartacea dell’omonimo giornale on-line http://www.italiaterranostra.it/

Verità scomode

La storia del Tenente della Polizia Provinciale di Potenza Giuseppe di Bello, sospeso dal servizio per aver fatto emergere delle scomode verità sull'inquinamento delle acque negli invasi degli Acquedotti Lucani

da La Gazzetta del Mezzogiorno

«Io, investigatore scomodo
sospeso per aver cercato
la verità sui veleni lucani»

di FABIO AMENDOLARA
POTENZA - Ha scoperto che finti agricoltori lucani intascavano milioni di euro di fondi europei e che nei terreni dell’ex Liquichimica di Tito, alle porte di Potenza, c’erano tonnellate di veleni. Ha segnalato alla Procura potentina l’esistenza di strane società che avevano fiutato l’affare del ponte attrezzato. Ha sequestrato discariche abusive, multato cacciatori di frodo e indagato su un clan della camorra che cercava di mettere le mani su appalti per bonifiche ambientali. Poi, forse, ha messo il naso dove non doveva. E l’hanno sospeso dal posto di lavoro. Da un paio di mesi è senza stipendio. Il tenente della Polizia provinciale di Potenza Giuseppe Di Bello per un po’ non potrà fare l’investigatore scomodo.

Morìa di pesci nellTenente, le hanno dato una punizione per aver rivelato segreti d’ufficio?
Ma quali segreti d’ufficio? L’episodio che mi ha visto interessato deve essere ancora letto nella sua interezza. In sostanza sono stato sospeso per aver garantito trasparenza rispetto alle analisi sulle acque degli invasi lucani.
Quindi non erano dati riservati?
Si trattava di una serie di analisi chimiche dei principali invasi della Basilicata, a cominciare dal Pertusillo, una diga che porta acqua anche alla Puglia e nella quale si è verificata una massiccia moria di pesci. Quando si parla di temi che riguardano la salute dei cittadini tutto deve essere fatto alla luce del sole. Io ho solo applicato ciò che è previsto dall’accordo di Aahrus e dall’articolo 32 della Costituizione. I cittadini hanno il diritto di essere a conoscenza anche solo di ipotesi di rischio ambientale. D’altra parte proprio chi mi ha denunciato, l’ex assessore all’ambiente Vincenzo Santochirico, invitò i lucani a fare autonomamente le analisi delle acque di balneazione per essere sicuri del mare di Basilicata.
Ma quelle analisi le aveva disposte la Procura della Repubblica?
Assolutamente no. Era un’indagine che stavo svolgendo di mia iniziativa, essendo io un ufficiale di polizia giudiziaria. I dati provenivano dalla direzione generale del dipartimento ambiente della Regione Basilicata e contenevano i risultati del monitoraggio, compiuto il 5 e il 18 novembre del 2009, negli invasi di Monte Cotugno, del Pertusillo, del Camastra e e di Savoia di Lucania. Tutti registravano la presenza di colibatteri fecali, sintomo del malfunzionamento di depuratori. La presenza di sostanze chimiche, inoltre, testimoniava che c’era qualcosa che non andava anche sul fronte degli scarichi industriali.
E lei ha deciso di diffondere quei dati.
Il dirigente che mi inviò il fax con i dati mi invitava a fornirne copia ai portatori di interessi diffusi, cioé ai segretari dei partiti e ai presidenti delle associazioni ambientaliste. È proprio ciò che ho fatto. Poi, per controllare se la situazione fosse migliorata rispetto al mese di novembre, durante un mio giorno di ferie ho nominato ausiliaria di polizia giudiziaria una chimica e con la mia auto siamo andati sugli invasi.
La zona industriale di Tito Scalo, dove sorgeva la Liquichimica - FOTO TONY VECEChi ha pagato le nuove analisi?
Le ha pagate l’associazione Coscioni, Nessuno tocchi Caino e i Radicali. Il committente era Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani.
E cosa è emerso?
Che c’erano problemi in tutte le dighe. Per il Pertusillo, in particolare, il campione analizzato superava i limiti posti dal decreto legislativo riguardante la qualità delle acque.
E invece di darle una promozione ha guadagnato una sospensione dal servizio.
Senza stipendio, con due figli e un mutuo da pagare. Ora sono impegnato in una battaglia di civiltà per l’applicazione di diritti riconosciuti a livello europeo. Perché non applicare la convenzione di Aahrus, non garantire il diritto dei cittadini al libero accesso alle informazioni in materia ambientale, comprime i diritti dell’indivi - duo. A tutto ciò si aggiunga che, prendendo in esame tutti i reati ambientali degli ultimi 20 anni, le istituzioni pubbliche lucane non si sono quasi mai costituite parte civile nei procedimenti penali.
È per questo che nasce il Comitato per la difesa della salute e dell’ambiente di cui lei è promotore?
Stiamo raccogliendo firme per la trasparenza sui reati ambientali, perché solo attraverso la conoscenza è possibile garantire il diritto alla salute.

(Foto: in alto il tenente Giuseppe Di Bello; al centro la misteriosa morìa di pesi nella diga del Pertusillo; in basso l'area della ex-Liquichimica - le ultime due immagini sono firmate TONY VECE)

venerdì 9 luglio 2010

sabato 3 luglio 2010

Settanni scarica il Grottaglie ed il Presidente Ciracì getta la spugna.

CS ARS ET LABOR GROTTAGLIE


Dopo l’interruzione delle trattative con lo sponsorEcolevante Spa e con il dott. Settanni, che hanno ulteriormente dichiarato l’indisponibilità a proseguire nei rapporti di collaborazione con questa società sportiva;

dopo la indisponibilità del Sindaco del Comune di Grottaglie a qualsivoglia incontro, comunicata con nota prot.16542 del 24.06.2010 a seguito di specifica richiesta di incontro del 16.06.2010, formulata dal sottoscritto al fine di giungere in tempo utile ad una serena valutazione dello stato dell’arte;

valutata, allo stato, l’assenza di collaborazione con eventuali altri sponsor con interessi diretti nella Città di Grottaglie, il sottoscritto considera la non sostenibilità economica di un campionato all’altezza dei meriti dell’Ars et Labor Grottaglie senza la collaborazione di altro od altri soggetti.

Nel breve periodo che rimane a disposizione per le formalità relative all’iscrizione al campionato, resta la totale disponibilità del sottoscritto a qualsivoglia collaborazione, tesa alla corretta impostazione e soluzione delle problematiche in atto che, ad oggi, nostro malgrado, non risultano improntate ad un sereno e costruttivo dialogo, pur nel rispetto delle prerogative delle istituzioni e di chi, nel generale interesse pubblico, ha comunque inteso accollarsi la responsabilità gestionale di un’attività sportiva cara anche ad una buona parte della collettività grottagliese.

Si ringraziano gli organi di stampa, per quanto hanno già fatto per lo sport ed il calcio grottagliese e per quanto vorranno fare per la massima diffusione del presente comunicato.

Il Presidente

Giuseppe Ciracì

Rinvio incontro Agricoltura

L'incontro organizzato da Grottaglie Città Futura per il prossimo 5 luglio, è stato rinviato a data da definire a causa di sopraggiunto lieto evento familiare per l'Assessore Regionale Stefàno.

giovedì 1 luglio 2010

Approda al Consiglio Comunale di oggi l'assurda vicenda dell'assegnazione del bar adiacente la casa comunale nella cd. Piazza dello Spreco.

dal blog di Via Crispi


Approda in discussione al Consiglio comunale di oggi, con un’interrogazione presentata dal consigliere Michele Santoro, quello che potremmo oramai definire il caso «Ciro Liuzzi». I lettori di Via Crispi conoscono già questa triste vicenda di mala politica, nell’ottobre del 2008 pubblicammo uno speciale interamente dedicato alla questione (per leggere clicca qui). Probabilmente l’interrogazione all’ordine del giorno di oggi, rappresenta uno dei casi più gravi di cattiva gestione amministrativa, politica, economica e sociale della storia di questa città. Un caso di assoluta vergogna per questa amministrazione.

Un cittadino grottagliese, emigrato per venti anni in Germania, prima di far ritorno con la sua famiglia nella città natale. Una scelta sofferta quella di Ciro, perché in Germania era riuscito a costruirsi una posizione di tutto rispetto, tanto da guadagnarsi attestazioni di merito e benemerenze, persino dall’Onu, per il suo impegno sociale e per la promozione della sua terra italiana all’estero. Oltre che un ricco curriculum professionale di rara competenza maturata nel settore ricettivo, turistico e alberghiero.

Vessazioni, umiliazioni, abuso ed eccesso di potere è ciò che ha dovuto passare il sig. Ciro Liuzzi e la sua famiglia sin dal ritorno nel suo Paese. Si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Inizialmente i problemi sorsero con l’iscrizione alla Camera di Commercio della sua attività. Considerato uno straniero nella sua patria. Un anno e mezzo durò la sua agonia fino a quando il Ministero delle Attività Produttive, su pressioni del Consolato generale italiano di Lipsia, intervenne presso la Camera di Commercio per far iscrivere d’ufficio il Sig. Liuzzi, perché tutti i diritti maturati in Germania valgono anche in Italia, anche a Taranto, anche a Grottaglie. Eppure gli emigranti di rientro nella propria nazione e nella propria regione dovrebbero godere di tutta una serie di privilegi e di diritti supplementari per una migliore integrazione, così come apposite leggi prevedono. Una su tutte la legge regionale 23/2000.

L’interrogazione presentata dal consigliere Michele Santoro è incentrata soprattutto sull’assurda vicenda inerente la gestione del chiosco-bar esistente nella piazza adaocente il Palazzo Comunale (già Piazza dello Spreco). Con delibera di Giunta del 2 aprile 2007 n. 126 il Comune di Grottaglie approvò il bando di gara per l’assegnazione di posti disponibili su aree pubbliche tra cui l’assegnazione della gestione del bar realizzato nell’ambito del parco adiacente la casa comunale. Al sig. Ciro Liuzzi in quella sede, non vennero riconosciuti tutti i diritti e i punteggi maturati in Germania, eppure in quel momento il Ministero aveva già chiarito la sua posizione. Come non vennero riconosciuti neppure i diritti maturati in Italia, a Grottaglie, prima della sua emigrazione. Quella piazza, evidentemente, era già promessa a qualcuno. A qualcuno più vicino all’amministrazione. Ci fu un secondo bando e Ciro Liuzzi lo vinse, pur senza vedersi riconosciuti i suoi legittimi requisiti, perché presentò un’offerta migliorativa delle condizioni del bando. In pratica al primo bando, se fossero stati riconosciuti i suoi diritti, il sig. Liuzzi avrebbe avuto la gestione del chiosco bar gratuitamente, mentre con il secondo bando pagherà un affitto oltre che rispettare una serie di altri adempimenti. La delibera del 31 ottobre 2007 n. 510 aggiudicò il concorso al sig. Ciro Liuzzi.

Una serie interminabile di lungaggini burocratiche non hanno mai consentito al Sig. Liuzzi di avviare la gestione del Chiosco-bar così come da delibera di assegnazione, tanto che l’intera vicenda finì sulla stampa locale ovvero sullo speciale di Via Crispi n. 60 dell’ottobre 2008. Per ripicca, con delibera del 30 ottobre 2008 n. 636, immediatamente esecutiva, la Giunta del Comune di Grottaglie deliberò di revocare l’affidamento della gestione del chiosco-bar sito nel parco comunale adiacente la sede municipale precedentemente aggiudicato con la delibera n. 510 del 31 ottobre 2007. Per ripicca, certo. Lo scrissero persino nella delibera, con la pubblicazione del giornale locale veniva meno il rapporto di fiducia.

Il Sig. Liuzzi impugnò per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, la delibera di revoca n. 636 del 30 ottobre 2008 con ricorso presentato al Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia sezione staccata di Lecce (Sezione Terza) iscritto al numero di registro generale n. 51 del 2009. Con ordinanza del 6 febbraio 2009 n. 138 il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia sezione staccata di Lecce (Sezione Terza) ha accolto la domanda cautelare di sospensione. E con sentenza n. 1085 del 2010 il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia sezione staccata di Lecce (Sezione Terza) ha accolto il ricorso del sig. Liuzzi ed ha annullato l’atto impugnato.

Già dopo la sospensiva, con nota del 07.05.2009 prot. n. 11225, l’Ufficio appalti e contratti invitava alla “presa in consegna” il sig. Ciro Liuzzi che procedeva alla formale presa in consegna della struttura, velocemente ristrutturata, il 20.05.2009. Tuttavia, mancava l’allaccio idrico ed il Sig. Liuzzi non poteva avviare l’attività.
Solo nel febbraio 2010, dopo ben nove mesi dopo, la Responsabile del servizio dell’Ufficio commercio con nota del 04.02.2010 prot. n. 2478 comunicava al Sig. Liuzzi l’avvenuto allacciamento alla rete idrica e concedeva un termine di sei mesi con scadenza il 24 luglio 2010 entro il quale aprire l’esercizio pubblico, pena la decadenza del diritto di avviare l’attività commerciale.

Il sig. Ciro Liuzzi in data 22 marzo 2010 comunicava che “Avvenuto l’allacciamento dell’impianto idrico a servizio dei locali in oggetto da parte dell’AQP, come da comunicazione 4 febbraio 2010 dell’Ufficio Commercio in indirizzo, senza tuttavia che ad oggi in effetti l’acqua giunga ai detti locali, e proseguendo nell’allestimento dell’attività, al fine del rilascio della necessaria autorizzazione sanitaria l’ASL di riferimento ha richiesto di produrre certificazione di agibilità dell’immobile per l’uso specifico, nonché una planimetria dei locali concessionati conforme allo stato dei luoghi”

La Responsabile del servizio dell’Ufficio commercio con nota del 30.03.2010 prot. n. 8695, in merito al certificato di agibilità dell’immobile, comunicava al Sig. Ciro Liuzzi che “per quanto concerne, invece, l’agibilità del locale, il dott.Giuseppe Cancelliere, Responsabile dell’Ufficio Affari Generali provvederà a curare la procedura per l’ottenimento di detta certificazione. Oviamente il tutto si risolverà in tempi brevissimi per cui la S.V. sarà nelle condizioni di rispettare le scadenze e di poter, quindi, aprire il bar entro il 24 luglio 2010”;

Ma la realizzazione di lavori pubblici e la pubblicazione di bandi pubblici non dovrebbero presupporre il rispetto di tutta una serie di regolamenti e leggi, nonché il possesso di autorizzazioni e licenze specifiche? Come mai, allora, manca il certificato di agibilità dell’immobile?

Il Sig. Ciro Liuzzi, disoccupato dal 2007, attende da oramai tre anni che questa amministrazione lo metta in condizione di aprire la sua attività commerciale nel rispetto dei suoi legittimi diritti, più volte disattesi da una ingiustificata e pretestuosa lungaggine burocratica che si protrae tuttora. In tempi di crisi e di precarietà del lavoro non può un’amministrazione pubblica arrogarsi il diritto di decidere sulla vita lavorativa di un cittadino, vincitore di un bando pubblico nel 2007 e costretto, da allora, a vivere in uno stato di difficoltà economica solo perché la macchina burocratica e politica si è inceppata, restando sorda alle continue istanze di un cittadino che cerca disperatamente di aprire la sua attività commerciale, anche in virtù della sentenza a lui favorevole del Tribunale Amministrativo Regionale.

Il Consigliere Michele Santoro, al Consiglio comunale previsto per questo pomeriggio interrogherà il Sindaco e gli Assessori competenti in materia…

…per sapere se al momento della pubblicazione del bando di gara approvato con delibera di Giunta del 2 aprile 2007 n. 126 per l’assegnazione di posti disponibili su aree pubbliche tra cui l’assegnazione della gestione del bar realizzato nell’ambito del parco adiacente la casa comunale, l’immobile rispettava le disposizioni previste dalla normativa vigente in materia per l’uso specifico;

…per sapere se nel realizzare il Parco comunale adiacente la sede municipale sono state rispettate le disposizioni previste dalla normativa vigente in materia ed in particolare se l’opera realizzata è conforme al progetto definitivo approvato e se l’immobile oggetto di assegnazione è dotato di “Certificato di Agibilità dell’immobile per l’uso specifico”;

…sui motivi per i quali ad oggi al sig. Ciro Liuzzi non sono stati consegnati il “Certificato di Agibilità dell’immobile per l’uso specifico” e la “Planimetria dei locali concessionati” conforme allo stato dei luoghi;

…per sapere come è stato possibile rilasciare al sig. Ciro Liuzzi la documentazione di conformità degli impianti idrici ed elettrici nel 2007 quando la connessione idrica è avvenuta solo il 19.01.2010, come si evince dalla comunicazione inoltrata al sig. Liuzzi in data 04.02.2010 dall’Ufficio commercio, mentre la connessione elettrica su contatore autonomo deve, in realtà, ancora avvenire;

…per conoscere i tempi esatti entro i quali il sig. Ciro Liuzzi sarà finalmente messo in condizione di aprire la sua attività commerciale.

A tre anni dal bando, ad un anno dalla consegna delle chiavi al Sig. Liuzzi, a due mesi dalla sentenza del Tar il sig. Liuzzi non può ancora aprire la sua attività, con immensi danni economici per mancato reddito. E a stagione estiva già iniziata. Quando dovrebbe lavorare il Sig. Liuzzi se non in piena estate? L’Ufficio commercio insiste nel rispettare i termini di apertura fissati per il 24 luglio, ma lo stesso ufficio non concede l’autorizzazione all’apertura come più volte richiesto dal Sig. Liuzzi, con apposite istanze protocollate sia presso gli uffici comunali, sia presso l’Asl di competenza.

TUTTI I CITTADINI CHE DICONO DI AVERE A CUORE LE SORTI DI QUESTO PAESE, AL DI LA’ DELLE APPARTENZE POLITICHE, DOVREBBERO PARTECIPARE AL CONSIGLIO COMUNALE DI OGGI PER ESPRIMERE, CON LA SOLA PRESENZA, LA PROPRIA INDIGNAZIONE VERSO UN’AMMINISTRAZIONE COSI’ ARROGANTE, CAPACE SOLO DI ROVINARE LA VITA DEI SUOI CONCITTADINI. AL CONSIGLIO COMUNALE DI OGGI NON MANCHERANNO I COLPI DI SCENA, VERRANNO PRESENTATI NUOVI DOCUMENTI CHE DIMOSTRERANNO PER L’ENNESIMA VOLTA L’INGENTE SPRECO DI DENARO PUBBLICO DI QUESTA AMMINISTRAZIONE.