venerdì 23 aprile 2010

Le ferite post trauma

Le questioni di principio e la voglia di libertà della minoranza finiana

Per noi non cambia nulla: senza militanza, parleremo a tutti gli italiani

E noi continueremo a declinare
la nostra voglia di libertà

di Filippo Rossi da Fare Futuro Web Magazine
Ora cambia tutto? Per noi no. Non cambia niente. Davvero. È un’assicurazione e una promessa. Continueremo a dire e a scrivere quello che pensiamo. Proseguiremo lungo la strada di una destra libera e moderna, democratica e plurale. Sappiamo benissimo che da ieri, all’interno del Pdl è cambiato tutto. Ma noi, sinceramente, faremo quello che abbiamo sempre fatto: cercheremo di dare il nostro modestissimo contributo al dibattito politico e culturale del paese. Di tutto il paese.

Continueremo, insomma, a parlare agli italiani senza il vincolo dell’appartenenza, senza la malattia adolescenziale della militanza. Non diventeremo la voce di una “minoranza interna”, convinti come siamo di rappresentare la voce normale della maggioranza degli italiani. Continueremo a non tifare, a non dividere il mondo in buoni e cattivi, convinti come siamo che la libertà sia un bene prezioso al quale non si può mai rinunciare. Continueremo a pensare che un politico, che una proposta politica, abbia il dovere di rivolgersi alla società nel suo complesso e nelle sue complessità.

È per questo che per noi, su queste pagine online, non cambia nulla. Perché una cosa è un partito e un’altra sono le persone. Ecco, a noi piace parlare alle persone, ai loro dubbi e alle loro certezze, alle loro paure e ai loro ideali. Piace farlo in piena autonomia, mettendoci la faccia e la testa. Con la voglia di fare e la possibilità di sbagliare. Mettendoci la passione che troppi militanti di mestiere e d’apparato hanno dimenticato. Militanza di facciata che non comprende il coraggio e la dignità. Militanza di facciata che si riempie la bocca di valori perché ha paura della vita vera. E dimentica il gusto del pensiero traverso, della ribellione, dell’indipendenza. In una parola, della libertà. Quella libertà di cui – detto per inciso – un certo mondo si è riempito per anni la bocca ma, evidentemente, mai la testa.

Ecco, noi da oggi, declineremo questa voglia di libertà culturale a tutto campo, senza guardare indietro, senza guardarci l’ombelico, ma mettendoci in cammino, alzando la testa e guardando in faccia gli italiani. Tutti gli italiani.

.e il punto di vista dei Berlusconiani per i quali lo scontro è di natura personale e non politica.


Verdini: "Gianfranco ha tradito il patto con gli elettori"

da il Giornale.it
Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, continua a chiedersi il perché di uno scontro così cruento.
Appunto, perché secondo lei?
«È una domanda che aleggiava durante tutta la direzione nazionale del partito».
S’è dato una risposta?
«No. Di fatto si è consumata una grande spaccatura».
Forse questioni personali?
«Forse. Ma non si coinvolge un partito e soprattutto un patto con gli elettori per delle questioni personali che devono restare fuori dalla politica».
E adesso?
«Adesso gli elettori sono disorientati. Abbiamo vinto le elezioni, ci hanno dato il mandato per cambiare questo Paese e ora vivranno con molto disagio. Che peccato. Non c’erano le condizioni né necessarie né sufficienti».
C’è il rischio che il Pdl da domani sia esposto alle imboscate della minoranza finiana?
«Spero che abbiano almeno il senso di responsabilità e che si sentano vincolati al programma per il quale sono stati eletti».
Fini e Berlusconi sembrano avere due visioni del partito e della politica sideralmente lontane.
«La verità è che l’elettore è molto più avanti della classe dirigente, si identifica nella leadership più che nel partito ma soprattutto ci vuole uniti».
Quanto si riuscirà a vivere da separati in casa?
«Di fatto tutti i nodi che ha posto Fini, ben presenti nella testa del premier, non sono stati sciolti e rimane l’incomprensione».
Fini ha ribadito che secondo lui c’è un deficit di democrazia nel partito.
«Più democrazia di così. Oggi l’hanno visto tutti che il partito è democratico. E poi c’è sempre stata: Berlusconi ascolta, valuta e poi decide. A volte contro la sua volontà».
Tipo?
«I casi di alcune candidature e l’alleanza con l’Udc alle Regionali».
Ragionamento che non ha convinto Fini. Perché?
«Forse per un malinteso senso di democrazia. E poi non partecipa alla vita del partito perché sta al piano nobile della Camera».
Altra critica finiana: il rapporto con la Lega. Quando gli è stato detto che alcune sue posizioni in materia di immigrazione e sicurezza hanno favorito il Carroccio è andato in bestia.
«Mi spiace ma è così. D’altronde la storia della destra democratica ha sempre puntato su alcuni valori che adesso Fini sembra aver abbandonato: il concetto di nazione, la sicurezza... ».
Niente sintonia neppure sulla supposta trazione leghista del governo?
«Ma se grazie a noi siamo passati dal “Roma ladrona” al “Roma capitale”... Di cosa stiamo parlando?».
Non è che Fini sia stato influenzato a dismisura da alcuni intellettuali alla Perina?
«Vivere in maniera culturalmente alta è una delle cose più belle del mondo ma c’è il rischio che ti allontani dalla quotidianità e dal rapporto con i cittadini e gli elettori. I quali dicono, giustamente, sempre la stessa cosa».
Ossia?
«Piove governo ladro. E il governo deve dare risposte. E noi lo stiamo facendo benissimo visto che gli italiani ci hanno premiati. Assurdo contestare tutto proprio adesso».
Dopo la vittoria elettorale?
«Capisco se avessimo preso una batosta alle Regionali ma è dal 2008 che vinciamo: province siciliane, Abruzzo, Sardegna, elezioni europee, elezioni regionali».
Sulle riforme condivise Berlusconi sembra aver aperto a Fini. È corretto?
«Le riforme istituzionali sono fondamentali, ma anche una palude dalla quale non si esce da 40 anni. Se si riescono a fare, bene. Altrimenti... ».
Altrimenti?
«Non sono una priorità per i cittadini e gli elettori, anche se spiace che non si possa parlare di maggiori poteri al premier perché in Italia esiste Berlusconi».
Anche Schifani ha lanciato un appello a Fini: «Se vuol tornare a fare politica lasci la Camera ed entri nel governo». Condivide?
«Non so se ha detto esattamente così. Certo, la scelta di Fini di guidare la Camera dei deputati lo vincola a un atteggiamento di terzietà. Ma in questo senso è il sistema italiano che non va».
Cioè?
«Soffriamo di provincialismo politico: all’estero i presidenti delle Camere non sono così neutri».
Insomma, a Fini questo Pdl non piace più ma resta dentro.
«Per Fini è una casa dove si sta male ma se si guardano gli elettori il Pdl è un albergo di lusso».

e la rapida contromossa dell'alleato del segretario della Lega


«IL PREMIER AVREBBE DOVUTO SBATTERE SUBITO FUORI IL PRESIDENTE DELLA CAMERA»

E ora il Senatùr tuona:
«L'alleanza col Pdl si avvia al crollo»

Bossi sullo scontro tra Berlusconi e Fini: «Io sono per la mediazione ma la gente del Nord è arrabbiatissima»

ROMA - È un vero e proprio affondo contro il presidente della Camera (oltre che un avvertimento al capo del governo) quello che Umberto Bossi affida alle pagine della Padania all'indomani dell'infuocata direzione del Pdl, teatro dello scontro diretto in pubblico tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «Siamo davanti a un crollo verticale del governo e probabilmente di un'alleanza, quella di Pdl e Lega» tuona il Senatùr, apostrofando il leader di Montecitorio come «invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie». «Io sono per la mediazione, certo, ma la gente del Nord, i leghisti, sono arrabbiatissimi, è un vero bombardamento di persone che non ne possono più di rinvii e tentennamenti» precisa poi il numero uno del Carroccio all'Ansa. «Noi vogliamo fare le riforme, i miei vogliono le riforme» aggiunge il Senatùr «e io devo interpretare le richieste della base, della gente che è stufa». «Non vogliamo - spiega - gettare benzina sul fuoco ma la gente del Nord è stufa marcia, basta ascoltare quel che dice la gente per strada o alla radio. Riforme subito!». Le questioni poste dal numero uno della Lega saranno probabilmente al centro di un faccia a faccia che potrebbe tenersi già in giornata tra Bossie il premier.

«FINI VECCHIO GATTOPARDO DC» - Nell'intervista alla Padania, Bossi accusa Fini di aver «rinnegato il patto iniziale» e di non aver fatto altro «che cercare di erodere in continuazione ciò che avevamo costruito». Per il capo della Lega, il presidente della Camera è «un vecchio gattopardo democristiano» che «finge di costruire, per demolire e non muovere nulla». «In questo modo ha aiutato la sinistra - incalza il numero uno del Carroccio - , è pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui». Per Bossi «Fini è palesemente contro il popolo del Nord, a favore di quello meridionale», è «contro il nord e il federalismo. Per il centralismo dello Stato e il meridionalismo». E ancora «Berlusconi avrebbe dovuto sbatterlo fuori subito senza tentennamenti invece di portarlo in tv dandogli voce e rilievo».

LA ROTTA PER IL FUTURO - Bossi quindi traccia la rotta per il futuro: «Finita la stagione del federalismo, un concetto abbandonato, dobbiamo iniziare una nuova stagione, un nuovo cammino del popolo padano. Purtroppo oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare. Una nuova strada ci aspetta e sarà una strada stretta, faticosa, difficile ma che potrebbe regalarci enormi soddisfazioni». «Saremo soli - conclude il leader leghista - senza Berlusconi. La nostra gente non digerirà facilmente la mancata conquista del federalismo e noi Lega, dovremo comportarci di conseguenza. Berlusconi quindi diventerà il vero e unico baluardo anticomunista del Paese e prevedo che raccoglierà molti consensi».

da Corriere.it

Berlusconi-Fini: quella ferita
al corpo mistico del sovrano


di EZIO MAURO da Repubblica.itN QUELLO stesso spazio televisivo dov'era nato sedici anni fa il "miracolo" berlusconiano, ieri si è scatenato l'inferno del Cavaliere: il numero due del Pdl, cofondatore del partito e terza carica dello Stato, che contesta pubblicamente la sua leadership e critica la sua politica, rispondendogli colpo su colpo, chiamandolo per cognome, e poi durante la replica concitata del premier si spinge sotto il palco col dito alzato, negando le accuse e restituendole. Il partito è sotto shock per la ferita inferta in diretta al corpo mistico del leader più ancora che al suo ruolo, per il delitto inconcepibile alla sovranità perenne berlusconiana, per il primo gesto di autonomia e di indipendenza del quindicennio, vissuto non solo come una rottura ma come un sacrilegio. Il Cavaliere, abituato alle apoteosi, resta palesemente senza copione, sotto lo sguardo delle telecamere e degli italiani, in uno psicodramma che è insieme privato e di Stato, come tutto ciò che lo riguarda. I numeri sono tutti dalla sua. Ma il sipario del suo lungo talk show con l'Italia è irrimediabilmente strappato.

Ci vorrebbe infatti Hitchcock, più che qualche scienziato della politica, per spiegare lo spettacolo inedito di ieri, la profondità teatrale della ferita in scena, la tempesta in arrivo sul fondale. I volti, le mani, i gesti, contavano più delle parole, come accade nei rari momenti della verità, quando davvero i nodi vengono al pettine. Qui il nodo è talmente aggrovigliato, e da anni, che può scioglierlo solo la spada. E infatti finirà così. Cozzano insieme, con il fragore spettacolare di ieri, due mondi alleati ma inconciliabili, due figure politiche legate ma divaricate, due uomini che si devono reciproca riconoscenza ma non si sopportano più, e infine e soprattutto, due culture politiche che la velocità del predellino e la cartapesta televisiva non sono riuscite a fondere, perché negli ultimi due anni sono cresciute in direzioni opposte e per questo dovranno separarsi. Una è una cultura conservatrice in senso moderno, repubblicana e costituzionale. L'altra è estremista e rivoluzionaria, proprietaria e post-costituzionale.

Dopo le elezioni regionali, vinte grazie alla Lega, il premier ha fatto capire a tutto il sistema che questo finale di legislatura si giocherà a destra e nel governo interamente sotto il segno della diarchia Bossi-Berlusconi. Fini è escluso, ridotto a un ruolo di comprimario, fuori dall'asse ereditario, estraneo anche alle strategie che preparano il futuro: nessuna riforma interessa in realtà il Cavaliere, il patto con Bossi riguarda esclusivamente il federalismo e la difesa blindata di questa legge elettorale. Tutto il resto, è specchietto per le allodole (o per qualche oppositore perennemente con la mano tesa, abituato a ballare alla musica altrui), paesaggio di comodo per i telegiornali di regime, meccanismo tecnico di divagazione parlamentare, per puntare in realtà alle uniche cose importanti per il Cavaliere, l'eliminazione della par condicio televisiva, il blocco delle intercettazioni, il lodo Alfano costituzionale per fermare definitivamente ogni inchiesta della magistratura. Assorbita An nel Pdl, assorbiti molto più facilmente gli ex colonnelli rivelatisi semplici brigadieri, Fini se non voleva degradare se stesso a colonnello aveva davanti a sé la scelta obbligata di una strada indipendente ed autonoma. Ha deciso di rendersi autonomo, restando nel partito, e questa scelta da sola lacera la ragione sociale del Pdl e dello stesso berlusconismo.

Berlusconi è pronto a rompere con chiunque e quasi a qualsiasi prezzo, pur di affermare la sua sovranità indiscussa: ed è pronto a negoziare con chiunque e a un prezzo ancora più alto, pur di riaffermare il suo comando. Ciò che non può accettare è la lesione continua, visibile e manifesta, del suo busto imperiale, che è il vero simbolo fondatore e imperituro del Pdl, secondo la sua concezione. Ciò che non può reggere è un'opposizione organizzata, pubblica e permanente, che lo ingabbi al di là dei numeri a suo favore in una discussione quotidiana, in una trattativa senza fine, in una contestazione alla luce del sole, ingigantita nel gioco parlamentare e mediatico. Che tortura diventerà, in questo schema, la discussione sul Dpef? Che rischi correranno le spericolate misure sulla giustizia ad uso personale? Che logoramento subirà la potestà suprema del leader unico, obbligato ogni volta ad infilarsi nei corridoi delle notti democristiane dei lunghi coltelli?
Ma sono soprattutto la cultura politica, la natura leaderistica, la simbologia carismatica e vagamente messianica del Cavaliere che risultano incompatibili davanti al gesto di un numero due che stravolge i ruoli, lotta alla pari, punta sull'età e sullo scudo istituzionale, e rovescia il tavolo-altare della beatificazione perenne del Supremo.

Quei gesti di Fini sono l'inferno di Berlusconi, la prova che un'altra destra è possibile, l'annuncio che la democrazia interna può mandare in tilt un partito nato per essere un blocco unico e nient'altro, la promessa di un'alternativa che risolve alla radice il gioco della successione promessa e dell'eternità praticata dal premier.

Ciò che i Bondi ieri hanno visto sul volto del Cavaliere è il dopo-Berlusconi, improvvisamente anticipato ad oggi come in una premonizione televisiva, in un corto-circuito politico ed emozionale (molto più emozionale che politico) senza precedenti. Senza la finzione della calza sulle telecamere, dei finti cieli sui fondali, dei cori egemoni per "Silvio", l'irruzione della realtà e della verità ha sconvolto il palinsesto del Pdl, rendendo il Cavaliere per la prima volta afasico politicamente, incapace di condurre al suo esito un'assemblea e una giornata giocate tutte di rimbalzo, sui nervi, e clamorosamente senza nemmeno una conclusione politica. Un rovesciamento spettacolare per un leader che da casa interviene addirittura nei talk show, li domina al telefono togliendo la parola a tutti, per dire ciò che vuole, salutare e andarsene con l'ultima parola che conta.

Va visto con rispetto il travaglio del Cavaliere, che alla sua età e dopo tanti successi entra nell'inesplorato della guerriglia politica dentro casa, ipnotizzato da quella crepa che gli scandali estivi di un anno fa, il castello di contraddizioni e di bugie in cui si era avventurato, gli hanno aperto sotto i piedi: che i voti perduti delle regionali hanno allargato, e che Fini ieri ha indicato con quel dito alzato, perché le telecamere metaforicamente la mostrassero agli italiani. E va seguito con attenzione il passaggio spericolato del presidente della Camera, tradito dai suoi che avevano da tempo trovato un padrone e oggi gridano al tradimento, dimostrando che il dissenso in quel partito è un esercizio sicuramente rischioso (vedremo adesso il killeraggio della stampa di famiglia, che già si è distinta per il pestaggio degli eretici e dei critici), probabilmente impossibile.

Fini tenterà di restare nel Pdl parlando alla parte più moderata della destra e del Paese, ma intanto preparerà le sue truppe risicate, perché dovrà andarsene, più presto che tardi. Il Cavaliere ondeggerà tra paternalismo e pugno di ferro, e alla fine romperà definitivamente. Ma non solo con Fini, con tutto. Incapace di reggere, chiederà il giudizio di Dio nelle elezioni anticipate, per riavere dal voto quel che perde con la politica, tentando di andare al Quirinale con il controllo diretto della maggioranza parlamentare, trasformando il populismo nella religione finale: ieri il documento votato dal partito lo dice esplicitamente, quando spiega che il Pdl non è un partito ma un "popolo", che si riconosce nelle "democrazie degli elettori", e dunque non può contemplare il dissenso. L'avventurismo sarà la fase suprema, l'ultima, del berlusconismo al potere.

Nessun commento: