martedì 20 aprile 2010

Gli anticorpi di Silvio

La normalità si fa rivoluzionaria, il luogo comune trasgressivo

Arriva il momento in cui...

di Filippo Rossi da Fare Futuro Web magazine
Arriva il momento in cui la normalità diventa rivoluzionaria. In cui uno si guarda indietro e capisce che, passo dopo passo, a furia di un realismo mal declinato e pessimamente digerito, ha perso la strada che portava a casa. Arriva il momento in cui il luogo comune diventa trasgressivo. In cui ci si guarda attorno e si capisce che le parole non sono fatti, che le immagini non sono realtà, che la finzione è sempre una bugia. Arriva il momento in cui la politica diventa una cosa seria. In cui i contenuti, gli ideali, le differenze hanno un senso dal quale non si può più prescindere.

Arriva il momento in cui l’obbedienza non può essere un valore. In cui disobbedire è onesto. E morale. In cui qualcuno deve alzare la testa e dire quel che non va, quel che non piace, quel che non sopporta. Arriva il momento in cui bisogna conquistarsi i propri spazi di libertà, di partecipazione. Perché partecipare non significa obbedire. Non significa prendere ordini. Arriva il momento in cui bisogna fuggire dall’interesse istantaneo, dall’egoismo personale. Arriva il momento in cui bisogna fare quel che è giusto, senza pensare agli effetti immediati. Senza pensare alle poltrone. Il momento in cui bisogna capire chi sono stati e chi sono i propri compagni di strada e chi potrebbero essere quelli del futuro. Capire le affinità sentimentali. Arriva il momento di capire chi si è veramente. E di dirlo apertamente. Arriva il momento delle scelte e delle decisioni. Arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine.

Fini: «Berlusconi accetti
il dissenso, io non starò zitto»

di Celestina Dominelli e Andrea Franceschi da Il Sole24Ore.it

ROMA - Non ha intenzione di togliere il disturbo, né di stare zitto. Ma rimarrà con una propria corrente nel Pdl affinché si apra «una fase nuova con un confronto aperto nel partito». Esordisce così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nella riunione con gli ex parlamentari di An (circa 40 i presenti) convocata oggi nella sala intitolata a Pinuccio Tatarella. «Ci sono dei momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio. Decidere se si è disposti a rischiare per le proprie idee. Questo è il momento». Più o meno le stesse parole usate stamane, nel suo editoriale, anche dal direttore di Ffwebmagazine, il periodico on line di Farefuturo, la fondazione di Fini. «Arriva il momento in cui disobbedire è morale – scrive Filippo Rossi -. Arriva il momento delle scelte e delle decisioni. Arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine».

E quel momento sembra essere arrivato per il cofondatore del Pdl. Che ha deciso di svelare le sue carte e di portare avanti il progetto di una minoranza interna che servirà, lo aveva spiegato ai suoi nei giorni scorsi ma lo ha sottolineato anche oggi, «non per destabilizzare il Pdl, ma per rafforzarlo». «Questa è una fase complicata – aggiunge il presidente della Camera – non ce la facevo più a porre sempre le stesse questioni al presidente del Consiglio». Questioni che Fini ribadirà alla direzione di giovedì quando, davanti al premier Silvio Berlusconi, metterà in fila i motivi del suo dissenso e la necessità di un cambio di passo per il Pdl, troppo appiattito sulle istanze leghiste.

Un partito in cui Fini non si riconosce più e ai parlamentari ex aennini lo dice senza troppi giri di parole citando il celebre aforisma di Ezra Pound. «Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee o le sue idee non valgono nulla o non vale nulla lui». Il Pdl, prosegue, «lo avevamo immaginato diverso. Io voglio poter dire le cose che penso senza essere accusato di tradimento. Il Pdl deve essere libero e non può essere il partito del predellino».

Poi il messaggio al Cavaliere. Berlusconi, rimarca Fini, continua a pensare che si tratti «di incomprensioni», invece «il problema è solo politico». «Ci sono punti di vista diversi tra me e il premier», osserva ancora il presidente della Camera. «Se giovedì usciremo con un'ampia maggioranza sul documento del presidente nel Consiglio, ma con una pattuglia minoritaria in polemica con la maggioranza significa che ci sarà un confronto aperto. Il problema - aggiunge ancora Fini - che si porrà sarà: il dissenso interno può esistere o siamo il partito del predellino?. Sarà il momento della verità, un momento anche delicato«, conclude Fini.

Per la terza carica dello Stato, quindi, «la fase del 70 a 30 è finita. Spero che Berlusconi accetti che esista un dissenso, vedremo quali saranno i patti consentiti a questa minoranza interna». È questo dunque l'approdo finale del percorso del co-fondatore del Pdl. Che ha chiesto ai parlamentari presenti di firmare un documento di sostegno alle sue posizioni che saranno ribadite giovedì.

Le tensioni e il documento

Nessuna scissione, dunque, per il momento. Ma il clima tra i finiani è molto caldo e anche oggi, prima della riunione, è andato in scena un nuovo scontro tra il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, e il sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia. «Ho detto senza peli sulla lingua a Bocchino di smetterla perché ha già fatto abbastanza danni». La tensione insomma resta alta. «Non ho nessuna intenzione di togliere il disturbo, nè tantomeno di stare zitto. E spero che Berlusconi accetti il dissenso. Qui si vedrà se siamo un partito in cui si discute liberamente e il dissenso è legittimo o se siamo il partito del predellino in cui tutti devono essere d'accordo e dire che va tutto bene». Lo ha detto Gianfranco Fini, secondo quanto viene riferito, nella riunione con i parlamentari a lui vicini (una quarantina di ex An secondo indiscrezioni ndr.).


Fini ha anche spiegato di «non aver mai parlato di scissioni o di voto anticipato: se qualcuno li evoca è perchè auspica che io me ne vada». A questo proposito, Fini ha anche criticato «chi in questi giorni ha cercato di interpretare il mio pensiero, andando da una parte all'altra in tv ad incendiare il dibattito». «Ora - ha concluso Fini - si apre una fase nuova», con l'esplicitazione di un dissenso interno nel partito, e «chi avrà più filo da tessere tesserà». A questo proposito ha osservato che «la componente ex An avrebbe dovuto restare unita, ma invece è andata diversamente».

Ecco alcuni stralci del documento firmato dai fedelissimi del presidente della Camera. «In merito alle polemiche che l'incontro tra Fini-Berlusconi ha suscitato nei media e nell'opinione pubblica - si legge - riteniamo necessario esprimere solidarietà a Gianfranco Fini contro il quale sono stati espressi giudizi ingenerosi con toni a volte astiosi. Per parte nostra riteniamo che le questioni poste da Fini meritino un approfondimento e una discussione attenta nelle competenti sedi di partito. Nel corso della direzione di giovedì prossimo sarà lo stesso presidente della Camera a chiarire le sue proposte, aprendo un dibattito che ci consentirà di articolare e aggiornare un progetto di rilancio del Pdl, aperto alla partecipazione di tutte le componenti del partito».«La prospettiva di una escalation e anche il suo parlare di scissioni ed elezioni anticipate - è scritto ancora nel testo - risultano incomprensibili per noi e per l'opinione pubblica che invece si aspetta una fase più incisiva dell'azione del nostro governo. Bisogna quindi riportare il confronto sul piano costruttivo, isolando quanti più o meno consapevolmente stanno in queste ore lavorando per destabilizzare il rapporto tra i cofondatori del Pdl. Per questi motivi confermiamo la fiducia al presidente Gianfranco Fini a rappresentare tali istanze».

L'antipatica Bongiorno e gli stop sulla corruzione

di Donatella Stasio da Il Sole24Ore.it


Intercettazioni e prescrizione breve: è su questi due fronti che la finiana Giulia Bongiorno si è "guadagnata" l'antipatia di Silvio Berlusconi («crea sempre dei problemi», «levatemela dai piedi»). Nell'uno e nell'altro caso, la presidente della commissione giustizia della Camera, alter ego di Gianfranco Fini sulla giustizia, ha mandato in fumo i programmi del presidente del Consiglio: lui spingeva per soluzioni radicali che tenessero fuori dalle intercettazioni il reato di corruzione; lei gli rispondeva che il malaffare non viene a galla senza le registrazioni; lui insisteva per azzerare con la «prescrizione breve» migliaia di processi, anche sulla corruzione, lei replicava che sarebbe stata un'amnistia mascherata. Il pomo della discordia era sempre lo stesso: il reato di corruzione.
Due date, in particolare, hanno segnato il rapporto tra B e B, e misurato la loro distanza: il 21 gennaio 2009 e il 10 novembre dello stesso anno. In entrambe le occasioni, il premier capì che l'avvocato Bongiorno sarebbe diventato la sua spina nel fianco. E con lei il presidente della Camera Gianfranco Fini.

Le cronache ricordano che il 21 gennaio 2009, durante una cena-vertice a palazzo Grazioli, si chiuse il braccio di ferro sull'esclusione o meno della corruzione dalla lista dei reati intercettabili. Prima della presentazione del Ddl Alfano, la Bongiorno aveva concordato con Niccolò Ghedini, consigliere giuridico del premier, una formula che non escludesse i reati contro la pubblica amministrazione (almeno quelli più gravi); ma subito dopo il varo del provvedimento, ricominciò il pressing di Berlusconi per far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta. Doveva però superare l'ostacolo di Fini. Il 22 gennaio il premier si trovò di fronte la Bongiorno, che puntò i piedi sulla lista dei reati intercettabili, evitando che Berlusconi sfilasse corruzione e concussione. Ebbe la meglio (la lista, anzi, si allungò), anche se Berlusconi fece ingoiare a Fini una durata degli ascolti «limitata nel tempo» e, soprattutto, i «gravi indizi di colpevolezza», poi divenuti «evidenti» (ma destinati a tornare, in quest'ultimo giro di boa al Senato, «gravi indizi di reato»).

L'ulteriore dispiacere dato al Cavaliere fu quando la Bongiorno, in una lettera al presidente dell'ordine dei giornalisti, annunciò che «un divieto totale di pubblicazione di atti giudiziari fino alla conclusione delle indagini o fino al termine dell'udienza preliminare» avrebbe «azzerato qualsiasi forma di conoscenza nelle prime fasi dell'attività giudiziaria relativa a delitti di grave allarme sociale». E dunque preannunciò alcune correzioni poi inserite al testo per attenuare il «bavaglio alla stampa».

Ma lo scontro più forte tra B e B si consumò a Montecitorio il 10 novembre 2009, all'indomani della bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta. La presidente della commissione Giustizia affiancava Fini in quel faccia a faccia, uno dei più tesi che abbia avuto con il premier, a sua volta affiancato da Ghedini. Era presente anche Gianni Letta. Berlusconi si presentò con due testi, uno sul «processo breve» e l'altro sulla «prescrizione breve» (taglio di 1/4 della prescrizione per i reati puniti con non più di 10 anni commessi prima di maggio 2006). Il premier li voleva entrambi, in particolare il secondo, che avrebbe chiuso una volta per tutte i suoi processi in corso. Il Quirinale era in allarme, perché si prospettava la morte di circa 600mila processi. La Bongiorno obiettò a Berlusconi quello che in tanti, anche nel Pdl, pensavano ma non dicevano: sarebbe stata un'amnistia. E per di più, con dentro la corruzione. Come spiegarla agli Italiani? Fini fece muro: «Danneggerebbe i cittadini. Non si può fare». E il cavaliere incassò "soltanto" il «processo breve». Che però, dopo l'approvazione del Senato, è rimasto bloccato in commissione giustizia alla Camera.

IL PERSONAGGIO
Giulia Bongiorno
Avvocato cassazionista e presidente della commissione giustizia di Montecitorio, ha da poco compiuto 44 anni. La sua notorietà risale a diversi anni fa, quando giovanissima (28 anni) fece parte del collegio di difesa di Giulio Andreotti, processato con l'imputazione di associazione mafiosa. La Bongiorno fu l'assistente del difensore principale, Franco Coppi. Nella sua carriera ha difeso, tra gli altri, Piero Angela (in un processo per diffamazione) e Sergio Cragnotti.

1 commento:

Anonimo ha detto...

x la segnalazione di articoli come questi, non si può fare a meno di ringraziare! a nome di tutti coloro che li hanno letti e che li leggeranno.