venerdì 30 aprile 2010

Le analisi addomesticate dell' Agenzia Regionale di protezione dell' Ambiente della Liguria.

(ANSA) - GENOVA, 30 APR - Sono due i filoni principali nell' inchiesta sulle presunte analisi falsificate dall'Arpal che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati dei vertici dell'Agenzia per la tutela dell'ambiente ligure. Il primo filone riguarderebbe l'ipotesi di reato di abuso d'ufficio e omesso controllo da parte dell'Arpal per agevolare alcuni soggetti privati. La seconda tranche riguarderebbe invece l'ipotesi di reato di turbativa d'asta e corruzione per le forniture di beni e servizi all'agenzia stessa. Secondo alcune indiscrezioni, alcuni dirigenti dell'Arpal suggerivano ad altre aziende private come fare i prelievi in modo tale che questi risultassero piu' favorevoli. In altri casi, secondo le accuse, venivano presentate in procura denunce fumose, non chiare, che potevano depistare gli investigatori. L'inchiesta e' partita da un rapporto dei Carabinieri del Noe, il nucleo che si occupa della tutela del territorio e ambiente, un rapporto contenente 23 spunti investigativi da cui sono partiti i due filoni principali dell'inchiesta. (ANSA).

«Analisi addomesticate» all’Arpal. Burlando “indaga”


È l’agenzia regionale che dovrebbe proteggere l’ambiente e, in definitiva, la salute della collettività. Secondo la Procura di Genova, l’Arpal della Liguria non solo non lo avrebbe fatto, almeno in alcuni dei casi-simbolo della contaminazione industriale di aria, terra e mare. Ma avrebbe costruito carte false, addomesticato i controlli per presentare una situazione profondamente diversa dalla realtà, agendo in modo da far rientrare i valori-campione entro i limiti imposti dalla legge quando invece erano ben al di fuori. Sarebbe questa l’accusa che il sostituto procuratore Paola Calleri, magistrato simbolo nel capoluogo ligure della lotta al malcostume di una parte della pubblica amministrazione, ha mosso nei confronti di alcuni dei massimi dirigenti genovesi dell’agenzia regionale e prima di tutto il direttore generale, Bruno Soracco.

Ieri mattina, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico, schierato da sempre a fianco degli stessi ispettori Arpal nelle attività di controllo e di prevenzione dell’inquinamento e dei reati ambientali, hanno perquisito gli uffici della direzione centrale dell’agenzia, notificando avvisi di garanzia ad almeno quattro dirigenti.

LA DIFESA DEL DIRETTORE

«Rispetto alla mia situazione personale, aspetto fiducioso la conclusione delle indagini confidando sul fatto che la mia posizione e il mio operato sono sempre stati trasparenti». Il direttore generale dell’Arpal della Liguria, Bruno Soracco, commenta così l’iniziativa della magistratura e spiega che l’agenzia «proseguirà ad operare al meglio nell’ interesse della collettività». Soracco rivendica la qualità del lavoro svolto dall’agenzia per l’ambiente: «l’attività dell’Agenzia - spiega in una nota - è rivolta alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini, ed è svolta da oltre quattrocento persone sul territorio, che rappresentano la massima competenza tecnica su questi temi, riconosciuta anche a livello nazionale. La strumentazione e i protocolli di intervento sono d’avanguardia - ha aggiunto Soracco - proprio perché il nostro dato rappresenta il riferimento per la Regione, le Province gli Enti Locali e la magistratura». Il direttore finito sotto inchiesta spiega ancora che nel 2009 «Arpal ha effettuato oltre 194.000 interventi analizzando oltre 44.000 campioni: ogni dato è sottoposto a diversi gradi di verifica e validazione da parte di diverse strutture secondo procedure certificate. Tutto questo testimonia l’affidabilità e la trasparenza di un ente pubblico che in dieci anni si è evoluto per una sempre più efficace risposta nei confronti delle amministrazioni, dei cittadini e del mondo produttivo. Proprio per la responsabilità verso i complessi problemi del territorio, Arpal proseguirà ad operare al meglio nell’ interesse della collettività».

DUE I FILONI DI INCHIESTA

Sono due i filoni principali nell’ inchiesta. Il primo riguarderebbe l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio e omesso controllo da parte dell’Arpal per agevolare alcuni soggetti privati. La seconda tranche riguarderebbe invece l’ipotesi di reato di turbativa d’asta e corruzione per le forniture di beni e servizi all’agenzia stessa. Secondo alcune indiscrezioni, alcuni dirigenti dell’Arpal suggerivano ad altre aziende private come fare i prelievi in modo tale che questi risultassero più favorevoli. In altri casi, secondo le accuse, venivano presentate in procura denunce fumose, non chiare, che potevano depistare gli investigatori. L’inchiesta è partita da un rapporto dei Carabinieri del Noe, il nucleo che si occupa della tutela del territorio e ambiente, un rapporto contenente 23 spunti investigativi da cui sono partiti i due filoni principali dell’inchiesta.

RIFONDAZIONE: BURLANDO SOSTITUISCA GLI INDAGATI
Il consigliere comunale di Genova di Rifondazione comunista, Antonio Bruno, chiede la rimozione immediata dei dirigenti Arpal: «Spero - dice - che tutto si risolva in equivoci e fraintendimenti, ma l’inchiesta sembra dare ragione a molte denunce che avevamo raccolto da parte di cittadini e comitati su una certa “moderazione” dell’Arpal verso situazioni di inquinamento che, invece, erano percepiti dalla popolazione molto superiori a quelli certificati a posteriori. Spero che l’indagine si avvii per dare una risposta chiara e certa in tempi brevi. Nel frattempo la politica deve infondere autorevolezza e mi aspetto che il Presidente della Regione Claudio Burlando cambi subito la dirigenza di Arpal in modo da rassicurare l’opinione pubblica sulla attendibilita’ dei controlli ambientali».

BURLANDO: POTREMMO INTERVENIRE
La Regione Liguria attende di conoscere meglio la vicenda che ha coinvolto i vertici dell’ Arpal per decidere eventuali azioni nei confronti dei responsabili. Lo ha annunciato il presidente della Regione, Claudio Burlando: «ne sappiamo molto poco come spesso avviene in questi casi - ha detto -. È chiaro che se emergessero cose anche al di là della verità processuale, che come si sa è molto lunga, allora la Regione dovrebbe intervenire per garanzia e autotutela».

Il presidente ha spiegato di avere già «incaricato il direttore generale dell’assessorato all’ambiente, la dottoressa Minervini, e il segretario generale della Regione, dottor Murgia, di fare gli approfondimenti necessari per capire se dobbiamo prendere delle iniziative o meno».

«Siamo in una fase, secondo quanto leggiamo sui giornali, molto preliminare, di acquisizione di documenti - ha detto ancora Burlando -. È chiaro che se emergessero cose anche al di là degli accertamenti processuali, che come si sa sono molto lunghi, allora la Regione dovrebbe intervenire per garanzia e autotutela. Nel caso anche procedendo a sospensioni o rimozioni. Ora però, francamente, non abbiamo nessun elemento. Ci prendiamo qualche giorno». Burlando ha ricordato la recente inchiesta sui fondi europei che aveva coinvolto un assessore e due consiglieri regionali. «Era seguita tra l’altro dalla stessa pm - ha detto il presidente -. In quel caso noi sospendemmo subito l’operatività del bando finito sotto accusa. Ma allora si capiva un pò meglio la situazione, anche se devo dire che da allora a oggi non abbiamo capito di più». «Le indagini - ha concluso il presidente - devono pero´ essere guardate sempre con molta attenzione e molto rispetto. Se eliminano o prevengono comportamenti non corretti vanno viste anche con gratitudine».

Dal Secolo XIX


Epurazione

La gestione "democratica?" del dissenso raccontata dalla prima vittima illustre dello scisma Berlusconi-Fini.

Da Annozero

Un vecchio vizio

Le consuetudini CONSOLIDATE DI UN POPOLO DI TRASFORMISTI E DOPPIOGIOCHISTI MESSE IN EVIDENZA IN QUESTO RACCONTO INEDITO DI LEONARDO SCIASCIA.

Siamo tutti gattopardi

Sciascia narra lo sbarco degli americani in Sicilia, quando anche gli ex fascisti corsero a festeggiare la «repubblica stellata». Un vecchio vizio nazionale

La sera del 9 luglio 1943, nel caffè che ormai da mesi il proprietario apriva soltanto per amore della conversazione, altro non offrendo agli avventori che gazose, il signor Chiarenza, impiegato municipale, accese la radio, girò la lancetta velocemente cogliendo un orizzonte di note e di sillabe, d’improvviso la fermò su una parola italiana, una frase, un discorso. La voce era lontana, soffocata; sembrava galleggiare su un mare in tempesta. Ma quel che diceva della guerra, del fascismo, di Hitler sembrava abbastanza sensato, abbastanza vero. Il signor Chiarenza approvava muovendo la testa, gli altri si facevano attenti. Il più pronto a prendere coscienza di quel che stava accadendo fu il brigadiere. Una prontezza professionale. Si alzò e spense la radio con un colpo secco; girò terribile sguardo sulle facce degli avventori, lo fermò su quella, innocente e sorpresa, del signor Chiarenza. «Lei ha preso radio Londra» disse, sibilando collera. «Davvero? » fece il signor Chiarenza. «Radio Londra» disse ancora il brigadiere. «Non lo sapevo» disse l’altro. «Non lo sapeva, ma approvava» disse il brigadiere. «Per approvare, approvavo»; ammise il signor Chiarenza «però credevo fosse una stazione italiana». «Una stazione italiana!» il brigadiere quasi soffocava. «E le cose che ha sentito lei crede che potessero venire da una stazione nostra?». «Le abbiamo sentite tutti» precisò il signor Chiarenza. «Già» disse il brigadiere: e nella sua espressione la collera si ritirò per cedere alla preoccupazione, all’indecisione. «Se vuole» offrì con angelica comprensione il signor Chiarenza «posso rompere la radio». Il brigadiere si precipitò fuori. Così a R., paese a una ventina di chilometri dal mare di Porto Empedocle e a poco più da quello di Licata, qualche ora prima che le forze alleate mettessero piede sulle spiagge siciliane, il fascismo finiva.

E come tutti sentissero preciso avvertimento dell’ora che stava per scattare, non è possibile capire attraverso una giustapposizione di elementi concreti. Si sentiva, ecco tutto. E gli storici possono rompersi la testa, a tentare di capire comemai un segreto rigorosamente custodito al vertice degli eserciti alleati non fosse per tanti siciliani un segreto. Verso la mezzanotte, dai balconi e dalle terrazze del paese, tutti quelli che vi si attardavano per cogliere, dopo l’affocata giornata, i freschi refoli notturni, videro dalla parte di Licata il cielo farsi luminoso. Pareva che la luna si fosse schiantata alla marina, che continuasse a bruciare del suo tranquillo fuoco bianco sull’orlo dell’isola. Gli americani stavano sbarcando, ne fummo tutti certi. E si aveva il senso che quella luce lontana fosse come di una festa; che gli americani— gli zii, i nipoti, i cugini d’America — facessero splendere la volta notturna in gloria di quei santi neri e barbuti per i quali sempre avevano mandato, tra i foglietti delle lettere ai parenti o al parroco, il biglietto da cinque o da dieci dollari. L’alba spense quella luce. Ma dello sbarco degli americani ebbero certa notizia i carabinieri, i soldati. Le campane suonarono a martello, il banditore gridò per le strade lo stato di emergenza. Il cielo cominciò a vibrare del ronzio di un aereo: si avvicinava e svaniva, continuamente, senza che si riuscisse a scorgerlo; e finalmente, con un breve crepitio di mitraglia, comparve tra le case. Era di forma inconsueta, a due code (si chiamava, seppimo dopo, B 29): e doveva, per tutta una settimana, rappresentare una specie di legame tra il paese, isolato e ansioso, e la realtà della guerra, della invasione, della presenza americana. E che quella breve sventagliata di mitraglia avesse, al margine del paese, ucciso un carrettiere e ferito un bambino, i più erano disposti a considerarlo un errore: l’americano si era ingannato; dall’alto chi sa che gli era parso, quel carretto.

I soldati, intanto, non sapevano che fare. Ad ogni buon conto, si misero in giro a cercare vestiti. Bussavano con esitazione, timidamente chiedevano: si accontentavano di un pantalone, di una camicia; col caldo che c’era non avevano bisogno di giacca. Pensando ai figli lontani, ai mariti, ai fratelli — e che altrove, dovunque si trovassero, su loro si riversasse uguale pietà — le donne del paese tiravano fuori dagli armadi e dalle casse vestiti vecchi e nuovi. E il riconoscimento di coloro che appena avevano lasciato la divisa militare poteva essere fatto a fiuto, per il dolciastro odore di naftalina che quei vestiti emanavano. Quel giorno, nell’ora in cui tutti si sedevano per buttar giù le quattro forchettate di lasagne fatte in casa, si sentì per le strade la voce di un vecchio fascista, irreale, patetica, gridare: «Li abbiamo respinti, li abbiamo ributtati a mare». In ogni casa la notizia fu, con lievi varianti, commentata da un ironico e compassionevole: «Sì, con le corna che hai in testa». E scendendo infatti la controra, la sonnolenza e il silenzio che qui sempre succede al pasto meridiano, affiorò netto il tonfo delle cannonate: e non c’era dubbio, secondo quelli che avevano fatto una guerra, che quei colpi cadessero a non più di quindici chilometri, in linea d’aria. Del tutto rassicuranti furono poi le notizie che portò un venditore ambulante. Era scappato, all’alba, da Licata: un po’ a piedi, un po’ su un camion militare, era riuscito a tornare a casa. Pieno di stupore, quasi allucinato, raccontava di aver visto il mare, fin dove l’occhio arrivava, fitto di navi. Ripeteva: «Cornuto! E come voleva vincere?». Quelli che lo ascoltavano, quasi tutti sorridevano con approvazione; qualche fanatico, che ancora c’era, fingeva di non capire a chi quell’insulto fosse diretto. All’ospedale del paese, verso sera, arrivarono una ventina di feriti. Erano del X Bersaglieri, quasi tutti veneti. Il reggimento (o forse un solo battaglione) valorosamente aveva resistito a più di un urto, ma poi era stato annientato. I feriti, quasi tutti in grado di camminare, sembravano più smarriti che sofferenti. E avevano fame. Poi passarono i tedeschi: seduti per quattro sugli autocarri, l’arma al piede, zuppi di sudore ma immobili, impassibili. Venivano dalla parte di Aragona e andavano verso il fronte di Licata. La gente, preoccupata, contò gli autocarri: cinque, sei, un’automobile scoperta con due ufficiali. «Non ce la fanno... Ma vedi però che ordine».

Tornarono indietro che era già notte: evidentemente, avevano visto persa la partita. Da quella sera, per sei giorni di fila, non ci fu che il lontano tuonare delle cannonate e quell’aereo a due code che ogni tanto, per rompere la noia, scendeva a sgranare quattro colpi sempre oltre le ultime case: sui fichidindia, sui covoni di grano ammonticchiati nelle aie. La corrente elettrica non c’era più, nessuno si arrischiava a uscire dal paese: non si aveva notizia alcuna della guerra che dilagava nell’isola, soltanto il 14 (o il 15) uno era riuscito, da una radio a galena che aveva un soldato di passaggio, a sentire il bollettino di Roma: e che le forze d’invasione, superata la fascia costiera, si addentravano nella zona montuosa della Sicilia. E si era privi di tutto: di farina, non funzionando più i mulini; di verdura, ché gli orti erano appunto al margine del paese, dove il B 29 cercava bersagli; di frutta, grande risorsa che la stagione ci offriva per sopravvivere. Cominciavano a diventare cornuti gli americani, che non venivano. Il 16 luglio, di pomeriggio, gli americani finalmente apparvero. Fu davvero un’apparizione, quasi incredibile. All’estremità del corso, dove la facciata della Matrice lo chiude, davanti al caffè, una ventina di persone stava a godersi la striscia d’ombra che cominciava a cadere dalle case, e anche i carabinieri: ed ecco che all’altro estremo, nella deserta e abbagliante prospettiva, tenendosi al centro con un suo passo lento e guardingo, spuntò l’americano. Ai suoi lati, camminando sotto i balconi e coi fucili puntati alle imposte chiuse, c’erano altri soldati. Tutta la nostra attenzione era però incentrata su quello che camminava al centro: alto; il passo leggermente «fianchino», da cow boy; le braccia indolentemente scostate dal corpo, le mani quasi sospese: ma pronte, si sentiva, braccia e mani a scattare, a fare affiorare l’arma, il fuoco.

Gary Cooper quell’entrata non l’avrebbe fatta meglio. E per quei due o tre minuti che ci vollero perché la pattuglia arrivasse davanti al caffè, ci sentimmo come al cinema, che la visione sorgesse da uno schermo e magicamente penetrasse nella realtà. Gli americani puntarono i fucili sui carabinieri, che si erano alzati in piedi: la faccia pallida, affilata; lo sguardo sperso. Uno della pattuglia girò dietro a loro, con destrezza li disarmò delle pistole. Tutto si era svolto così velocemente, e in così attonito silenzio, che il grido di Gasparino Firetto «Viva la libertà!» fu come un crollo. Gasparino più volte aveva avuto a che fare coi carabinieri, piccole truffe, piccoli furti: e a vederli disarmare l’evviva alla libertà gli era venuto dal profondo. E il momento della sua più grande gioia stava per essere l’ultimo della sua vita, se il capo della pattuglia non avesse fermato il soldato che, credendo quel grido fosse di allarme, di resistenza, con una faccia improvvisamente stravolta di paura, fu sul punto di impiombarlo. Dal grido di Gasparino alla grande festa fu questione di minuti. Il corso si riempì di gente che pareva una domenica del tempo di pace, una grande bandiera a stelle e strisce ondeggiò sulla folla, cannate piene di vino la sorvolarono fino a raggiungere gli americani. «Viva la repubblica stellata!» gridò l’avvocato Calafato, con una voce che non aveva perduto timbro e forza da quando, sei anni prima, alla stazione, era riuscito a salire sul predellino del treno per gridare «Duce, per te la vita!» sotto lo sguardo fiero e paterno di Mussolini.

da Corriere.it


giovedì 29 aprile 2010

Comunicato Stampa - Piani sociali di zona: procedura scorretta!

Il Sud in Movimento comunica che in data 28.04.2010 è stato depositato, presso gli uffici comunali, un documento con il quale si contesta integralmente la procedura di concertazione seguita nell’ambito dei piani sociali di zona, essendo mancata completamente la concertazione con le associazioni, ciò in violazione dello spirito della legge.

Si evidenzia che nonostante l’adesione ai vari tavoli di confronto, alcuna convocazione è stata inviata alle associazioni aderenti, relativamente alla fissazione degli incontri, ne mai le stesse sono state messe nelle condizioni di conoscere le bozze di schede progetto, delle quali solo pochi giorni fa sono venute a conoscenza attraverso la lettura dei pubblici avvisi, affissi pochi giorni prima.


Il Sud in Movimento, qualche mese fa, ha sottoscritto un documento, realizzato di concreto con le altre associazione e nel quale venivano riportate idee, proposte e rappresentati bisogni, sul quale non è dato sapere il parere dell’amministrazione e dei responsabili dei servizi .


Ovviamente, non essendoci stata una discussione, tanto richiesta dalle associazioni e sbandierata dall’assessore, è venuto meno ogni presupposto per giungere ad una intesa condivisa,


Pertanto il sud in movimento non intende legittimare un siffatto procedimento che contesta integralmente con le motivazioni riportate nel documento depositato in data 28.04, con il quale dunque, evidenzia le carenze di chi per incarico istituzionale è tenuto a preoccuparsi di coinvolgere le associazioni, le strutture, i portatori di interesse, in un settore che non può escludere nessuno.


I servizi sociali, infatti, appartengono a quelle categorie di servizi per i quali la condivisione deve essere massima e la più allargata possibile, ciò nell’interesse dei destinatari.

Appare evidente che una simile gestione del servizio, è in controtendenza con la storia della comunità in cui si opera, comunità che chiede e offre partecipazione, ma che si veda rappresentata da politici con idee e metodi ormai decadenti.


Con ciò pertanto si rivolge apertamente una critica all’assessore cittadino ai servizi sociali Luciano Santoro, forse troppo impegnato o distratto dai molteplici incarichi che ricopre, che come è evidente lo espongono alla legittima e pacata critica, per non avere offerto, in 5 anni, nemmeno un indizio per permettere di giudicare positiva la sua politica in materia di servizi sociali.
Comunicato stampa del Sud in Movimento

martedì 27 aprile 2010

Sale la marea per la proposta di legge per l'indennizzo degli allevatori di Taranto

Altamarea ha presentato in una conferenza stampa presso la masseria
Fornaro a Taranto le risultanze dell’incontro avuto con i parlamentari
Vico, Patarino e Franzoso in merito alla bozza di proposta di legge
per l’indennizzo degli allevatori di Taranto colpiti dall’emergenza
diossina.

I parlamentari hanno condiviso la bozza a loro presentata e hanno
ritenuto di partire con una prima mozione urgente, che ha un iter
molto più veloce della legge e che investe lo stesso Presidente del
Consiglio.
La mozione sarà sottoscritta trasversalmente da più parlamentari che
sosterranno la proposta.


Altamarea ha fatto presente che il governo in passato è intervenuto
con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri per fronteggiare
l’emergenza diossina in Campania scoppiata con il caso della
“mozzarella di bufala”.


Il caso Taranto presenta aspetti analoghi e per certi aspetti ancora
più gravi, connessi ad un inquinamento cronico legato alle attività
industriali.


Per tali ragioni il “caso Taranto” può essere affrontato con procedure
d’urgenza a sostegno del comparto zootecnico.


La situazione già grave è destinata ad aggravarsi ulteriormente se si
effettuassero controlli a tappeto delle carni, che presentano
normalmente valori di diossina di gran lunga superiori a quelli del
latte nel comparto ovicaprino.


Prima che il problema esploda in tutta la sua gravità mettendo in
ginocchio interi settori produttivi e colpendo in special modo gli
allevatori, è necessario avviare con urgenza provvedimenti di
indennizzo diretti a sostenere il comparto zooctenico.


Si ricorda che fino a oggi sono stati abbattuti oltre 1500 capi di
bestiame e che ne verranno eliminati altri 500 nei prossimi giorni
dopo la sentenza del TAR di Lecce, tutti contaminati da diossina oltre
i limiti di legge.


Altamarea invita il Presidente della Regione Puglia a dichiarare lo
stato di calamità per le zone colpite anche in virtù del fatto che
l’intera area attorno al polo industriale è stata dichiarata dalla
stessa Regione non pascolabile nel raggio di 20 chilometri.


La raccolta di firme dei cittadini a sostegno della proposta di legge
per l’emergenza diossina ha raggiunto le duemila firme ed è stata
rilanciato con una petizione su Internet all’indirizzo


il coordinamento Altamarea




vi ricordiamo che continua la raccolta firme:
AIUTATECI!

potete farlo chiedendo a noi il modulo da compilare

abbiamo inoltre anche la petizione online


FACCIAMOCI SENTIRE!!

la MAREA sale....
un saluto a tutti

sabato 24 aprile 2010

CS GROTTAGLIE CITTA' FUTURA

Comunicato Stampa

“Grottaglie Città Futura”, espressione civica de “La Puglia per Vendola”, ha organizzato per lunedì prossimo 26 aprile – alle ore 17,30 presso l’Auditorium della Banca di Credito Cooperativo in Via Messapia (g.c.)– un incontro con il prof Pier Luigi Cervellati, urbanista e redattore del Piano di Recupero del Centro Storico di Grottaglie.

L’incontro – il cui titolo è “Centro Storico e territorio” – sarà un contributo al dibattito sulla cultura, l’economia e la vita della città, a partire dal suo cuore identitario, il Centro Storico. Apriremo insieme a cittadini, tecnici e amministratori finestre di un discorso che ha conseguenze importanti su ogni aspetto della vita della città e dei suoi abitanti, confrontandoci con chi, come il prof Cervellati, è studioso di livello internazionale e urbanista che ha lavorato sul nostro territorio.

L’assenza di dibattito e di pianificazione rende le città “non luoghi” che tendono a spegnersi, mentre le scelte su come, dove e quando devono svilupparsi sono di fatto assunte dalle imprese di costruzione e dalla burocrazia, in assenza di tutela di tutto ciò che è tutela degli spazi comuni, dell’identità del luogo e della qualità della vita degli abitanti.

L’incontro sarà moderato da Giovanni Colonna, Referente Area Istituzioni di Telenorba, sarà presentato da Giuseppe Vinci – già Sindaco di Grottaglie – e sarà introdotto dall’ing. Antonio Vestita.

Sarà presente l’Arch. Vincenzo La Gioia, Coordinatore del Dipartimento Cultura dell’Ordine degli Architetti di Taranto.

Pier Luigi Cervellati, è professore ordinario di "Tecnica e Pianificazione Urbanistica" all'Università IUAV di Venezia, dove insegna Politiche Urbane e Territoriali presso la Facoltà di Pianificazione. Ha insegnato ai Politecnici di Milano e di Torino, e alla Facoltà di Architettura di Venezia. Ha curato la redazione dei piani urbanistici dei centri storici di molte città italiane, tra cui Bologna, Palermo, Catania e Grottaglie. Ha pubblicato monografie e saggi in Italia e all’estero.

Grottaglie, 23 aprile 2010

venerdì 23 aprile 2010

Le verità dell'antipolitica


Sviluppo Umano e Ambiente - La Chiesa di Taranto inizia oggi una due giorni di riflessione in vista della Settimana Santa Sociale




23 e 24 Aprile 2010

Circolo Ufficiali della Marina Militare
Piazza Kennedy 2 - Taranto


Dare spazio a una riflessione interdisciplinare sull’ambiente nel cammino verso la 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. È l’obiettivo del seminario su “Sviluppo umano e ambiente”, in programma a Taranto il 23 e 24 aprile per iniziativa del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali e dell’Arcidiocesi di Taranto.
Più di un decennio fa, nel mezzo di un dibattito scientifico e politico molto acceso sul concetto di sviluppo sostenibile, Giovanni Paolo II, in occasione di un convegno sugli effetti dell’inquinamento ambientale sulla salute umana, evidenziava come l’irresponsabile avidità di una parte del mondo stesse minacciando la sopravvivenza e il benessere di larga parte dell’umanità. Il Pontefice affermava che l’ambiente inteso come risorsa stava gradualmente minacciando la concezione dell’ambiente come casa dell’umanità.
Questo forte e ancora molto attuale richiamo a un impegno responsabile nei confronti della protezione del Creato è alla base dell’appuntamento pugliese: nella prospettiva della Settimana Sociale, l’incontro intende costituire uno spazio di riflessione sul futuro del Paese, sui principi della crescita e sulle strategie concrete per promuovere una nuova cultura dell’ambiente come casa dell’umanità. L’obiettivo è quello di aprire il confronto su un’agenda condivisa che, ponendo al centro l’equilibrio dell’ecosistema e la difesa della salubrità dell’ambiente, richiami a nuove forme di solidarietà, fondate sul rispetto della vita e sulla promozione di risorse sufficienti per i più poveri e per le generazioni future. Una solidarietà che si concretizzi nella promozione di modelli produttivi rispettosi del Creato e si diffonda attraverso un’educazione allo sviluppo umano per una nuova etica della sostenibilità.



Le ferite post trauma

Le questioni di principio e la voglia di libertà della minoranza finiana

Per noi non cambia nulla: senza militanza, parleremo a tutti gli italiani

E noi continueremo a declinare
la nostra voglia di libertà

di Filippo Rossi da Fare Futuro Web Magazine
Ora cambia tutto? Per noi no. Non cambia niente. Davvero. È un’assicurazione e una promessa. Continueremo a dire e a scrivere quello che pensiamo. Proseguiremo lungo la strada di una destra libera e moderna, democratica e plurale. Sappiamo benissimo che da ieri, all’interno del Pdl è cambiato tutto. Ma noi, sinceramente, faremo quello che abbiamo sempre fatto: cercheremo di dare il nostro modestissimo contributo al dibattito politico e culturale del paese. Di tutto il paese.

Continueremo, insomma, a parlare agli italiani senza il vincolo dell’appartenenza, senza la malattia adolescenziale della militanza. Non diventeremo la voce di una “minoranza interna”, convinti come siamo di rappresentare la voce normale della maggioranza degli italiani. Continueremo a non tifare, a non dividere il mondo in buoni e cattivi, convinti come siamo che la libertà sia un bene prezioso al quale non si può mai rinunciare. Continueremo a pensare che un politico, che una proposta politica, abbia il dovere di rivolgersi alla società nel suo complesso e nelle sue complessità.

È per questo che per noi, su queste pagine online, non cambia nulla. Perché una cosa è un partito e un’altra sono le persone. Ecco, a noi piace parlare alle persone, ai loro dubbi e alle loro certezze, alle loro paure e ai loro ideali. Piace farlo in piena autonomia, mettendoci la faccia e la testa. Con la voglia di fare e la possibilità di sbagliare. Mettendoci la passione che troppi militanti di mestiere e d’apparato hanno dimenticato. Militanza di facciata che non comprende il coraggio e la dignità. Militanza di facciata che si riempie la bocca di valori perché ha paura della vita vera. E dimentica il gusto del pensiero traverso, della ribellione, dell’indipendenza. In una parola, della libertà. Quella libertà di cui – detto per inciso – un certo mondo si è riempito per anni la bocca ma, evidentemente, mai la testa.

Ecco, noi da oggi, declineremo questa voglia di libertà culturale a tutto campo, senza guardare indietro, senza guardarci l’ombelico, ma mettendoci in cammino, alzando la testa e guardando in faccia gli italiani. Tutti gli italiani.

.e il punto di vista dei Berlusconiani per i quali lo scontro è di natura personale e non politica.


Verdini: "Gianfranco ha tradito il patto con gli elettori"

da il Giornale.it
Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, continua a chiedersi il perché di uno scontro così cruento.
Appunto, perché secondo lei?
«È una domanda che aleggiava durante tutta la direzione nazionale del partito».
S’è dato una risposta?
«No. Di fatto si è consumata una grande spaccatura».
Forse questioni personali?
«Forse. Ma non si coinvolge un partito e soprattutto un patto con gli elettori per delle questioni personali che devono restare fuori dalla politica».
E adesso?
«Adesso gli elettori sono disorientati. Abbiamo vinto le elezioni, ci hanno dato il mandato per cambiare questo Paese e ora vivranno con molto disagio. Che peccato. Non c’erano le condizioni né necessarie né sufficienti».
C’è il rischio che il Pdl da domani sia esposto alle imboscate della minoranza finiana?
«Spero che abbiano almeno il senso di responsabilità e che si sentano vincolati al programma per il quale sono stati eletti».
Fini e Berlusconi sembrano avere due visioni del partito e della politica sideralmente lontane.
«La verità è che l’elettore è molto più avanti della classe dirigente, si identifica nella leadership più che nel partito ma soprattutto ci vuole uniti».
Quanto si riuscirà a vivere da separati in casa?
«Di fatto tutti i nodi che ha posto Fini, ben presenti nella testa del premier, non sono stati sciolti e rimane l’incomprensione».
Fini ha ribadito che secondo lui c’è un deficit di democrazia nel partito.
«Più democrazia di così. Oggi l’hanno visto tutti che il partito è democratico. E poi c’è sempre stata: Berlusconi ascolta, valuta e poi decide. A volte contro la sua volontà».
Tipo?
«I casi di alcune candidature e l’alleanza con l’Udc alle Regionali».
Ragionamento che non ha convinto Fini. Perché?
«Forse per un malinteso senso di democrazia. E poi non partecipa alla vita del partito perché sta al piano nobile della Camera».
Altra critica finiana: il rapporto con la Lega. Quando gli è stato detto che alcune sue posizioni in materia di immigrazione e sicurezza hanno favorito il Carroccio è andato in bestia.
«Mi spiace ma è così. D’altronde la storia della destra democratica ha sempre puntato su alcuni valori che adesso Fini sembra aver abbandonato: il concetto di nazione, la sicurezza... ».
Niente sintonia neppure sulla supposta trazione leghista del governo?
«Ma se grazie a noi siamo passati dal “Roma ladrona” al “Roma capitale”... Di cosa stiamo parlando?».
Non è che Fini sia stato influenzato a dismisura da alcuni intellettuali alla Perina?
«Vivere in maniera culturalmente alta è una delle cose più belle del mondo ma c’è il rischio che ti allontani dalla quotidianità e dal rapporto con i cittadini e gli elettori. I quali dicono, giustamente, sempre la stessa cosa».
Ossia?
«Piove governo ladro. E il governo deve dare risposte. E noi lo stiamo facendo benissimo visto che gli italiani ci hanno premiati. Assurdo contestare tutto proprio adesso».
Dopo la vittoria elettorale?
«Capisco se avessimo preso una batosta alle Regionali ma è dal 2008 che vinciamo: province siciliane, Abruzzo, Sardegna, elezioni europee, elezioni regionali».
Sulle riforme condivise Berlusconi sembra aver aperto a Fini. È corretto?
«Le riforme istituzionali sono fondamentali, ma anche una palude dalla quale non si esce da 40 anni. Se si riescono a fare, bene. Altrimenti... ».
Altrimenti?
«Non sono una priorità per i cittadini e gli elettori, anche se spiace che non si possa parlare di maggiori poteri al premier perché in Italia esiste Berlusconi».
Anche Schifani ha lanciato un appello a Fini: «Se vuol tornare a fare politica lasci la Camera ed entri nel governo». Condivide?
«Non so se ha detto esattamente così. Certo, la scelta di Fini di guidare la Camera dei deputati lo vincola a un atteggiamento di terzietà. Ma in questo senso è il sistema italiano che non va».
Cioè?
«Soffriamo di provincialismo politico: all’estero i presidenti delle Camere non sono così neutri».
Insomma, a Fini questo Pdl non piace più ma resta dentro.
«Per Fini è una casa dove si sta male ma se si guardano gli elettori il Pdl è un albergo di lusso».

e la rapida contromossa dell'alleato del segretario della Lega


«IL PREMIER AVREBBE DOVUTO SBATTERE SUBITO FUORI IL PRESIDENTE DELLA CAMERA»

E ora il Senatùr tuona:
«L'alleanza col Pdl si avvia al crollo»

Bossi sullo scontro tra Berlusconi e Fini: «Io sono per la mediazione ma la gente del Nord è arrabbiatissima»

ROMA - È un vero e proprio affondo contro il presidente della Camera (oltre che un avvertimento al capo del governo) quello che Umberto Bossi affida alle pagine della Padania all'indomani dell'infuocata direzione del Pdl, teatro dello scontro diretto in pubblico tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «Siamo davanti a un crollo verticale del governo e probabilmente di un'alleanza, quella di Pdl e Lega» tuona il Senatùr, apostrofando il leader di Montecitorio come «invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie». «Io sono per la mediazione, certo, ma la gente del Nord, i leghisti, sono arrabbiatissimi, è un vero bombardamento di persone che non ne possono più di rinvii e tentennamenti» precisa poi il numero uno del Carroccio all'Ansa. «Noi vogliamo fare le riforme, i miei vogliono le riforme» aggiunge il Senatùr «e io devo interpretare le richieste della base, della gente che è stufa». «Non vogliamo - spiega - gettare benzina sul fuoco ma la gente del Nord è stufa marcia, basta ascoltare quel che dice la gente per strada o alla radio. Riforme subito!». Le questioni poste dal numero uno della Lega saranno probabilmente al centro di un faccia a faccia che potrebbe tenersi già in giornata tra Bossie il premier.

«FINI VECCHIO GATTOPARDO DC» - Nell'intervista alla Padania, Bossi accusa Fini di aver «rinnegato il patto iniziale» e di non aver fatto altro «che cercare di erodere in continuazione ciò che avevamo costruito». Per il capo della Lega, il presidente della Camera è «un vecchio gattopardo democristiano» che «finge di costruire, per demolire e non muovere nulla». «In questo modo ha aiutato la sinistra - incalza il numero uno del Carroccio - , è pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui». Per Bossi «Fini è palesemente contro il popolo del Nord, a favore di quello meridionale», è «contro il nord e il federalismo. Per il centralismo dello Stato e il meridionalismo». E ancora «Berlusconi avrebbe dovuto sbatterlo fuori subito senza tentennamenti invece di portarlo in tv dandogli voce e rilievo».

LA ROTTA PER IL FUTURO - Bossi quindi traccia la rotta per il futuro: «Finita la stagione del federalismo, un concetto abbandonato, dobbiamo iniziare una nuova stagione, un nuovo cammino del popolo padano. Purtroppo oggi non ha più senso parlare di federalismo alla nostra gente che potrebbe sentirsi tradita da ciò che non siamo riusciti a fare. Una nuova strada ci aspetta e sarà una strada stretta, faticosa, difficile ma che potrebbe regalarci enormi soddisfazioni». «Saremo soli - conclude il leader leghista - senza Berlusconi. La nostra gente non digerirà facilmente la mancata conquista del federalismo e noi Lega, dovremo comportarci di conseguenza. Berlusconi quindi diventerà il vero e unico baluardo anticomunista del Paese e prevedo che raccoglierà molti consensi».

da Corriere.it

Berlusconi-Fini: quella ferita
al corpo mistico del sovrano


di EZIO MAURO da Repubblica.itN QUELLO stesso spazio televisivo dov'era nato sedici anni fa il "miracolo" berlusconiano, ieri si è scatenato l'inferno del Cavaliere: il numero due del Pdl, cofondatore del partito e terza carica dello Stato, che contesta pubblicamente la sua leadership e critica la sua politica, rispondendogli colpo su colpo, chiamandolo per cognome, e poi durante la replica concitata del premier si spinge sotto il palco col dito alzato, negando le accuse e restituendole. Il partito è sotto shock per la ferita inferta in diretta al corpo mistico del leader più ancora che al suo ruolo, per il delitto inconcepibile alla sovranità perenne berlusconiana, per il primo gesto di autonomia e di indipendenza del quindicennio, vissuto non solo come una rottura ma come un sacrilegio. Il Cavaliere, abituato alle apoteosi, resta palesemente senza copione, sotto lo sguardo delle telecamere e degli italiani, in uno psicodramma che è insieme privato e di Stato, come tutto ciò che lo riguarda. I numeri sono tutti dalla sua. Ma il sipario del suo lungo talk show con l'Italia è irrimediabilmente strappato.

Ci vorrebbe infatti Hitchcock, più che qualche scienziato della politica, per spiegare lo spettacolo inedito di ieri, la profondità teatrale della ferita in scena, la tempesta in arrivo sul fondale. I volti, le mani, i gesti, contavano più delle parole, come accade nei rari momenti della verità, quando davvero i nodi vengono al pettine. Qui il nodo è talmente aggrovigliato, e da anni, che può scioglierlo solo la spada. E infatti finirà così. Cozzano insieme, con il fragore spettacolare di ieri, due mondi alleati ma inconciliabili, due figure politiche legate ma divaricate, due uomini che si devono reciproca riconoscenza ma non si sopportano più, e infine e soprattutto, due culture politiche che la velocità del predellino e la cartapesta televisiva non sono riuscite a fondere, perché negli ultimi due anni sono cresciute in direzioni opposte e per questo dovranno separarsi. Una è una cultura conservatrice in senso moderno, repubblicana e costituzionale. L'altra è estremista e rivoluzionaria, proprietaria e post-costituzionale.

Dopo le elezioni regionali, vinte grazie alla Lega, il premier ha fatto capire a tutto il sistema che questo finale di legislatura si giocherà a destra e nel governo interamente sotto il segno della diarchia Bossi-Berlusconi. Fini è escluso, ridotto a un ruolo di comprimario, fuori dall'asse ereditario, estraneo anche alle strategie che preparano il futuro: nessuna riforma interessa in realtà il Cavaliere, il patto con Bossi riguarda esclusivamente il federalismo e la difesa blindata di questa legge elettorale. Tutto il resto, è specchietto per le allodole (o per qualche oppositore perennemente con la mano tesa, abituato a ballare alla musica altrui), paesaggio di comodo per i telegiornali di regime, meccanismo tecnico di divagazione parlamentare, per puntare in realtà alle uniche cose importanti per il Cavaliere, l'eliminazione della par condicio televisiva, il blocco delle intercettazioni, il lodo Alfano costituzionale per fermare definitivamente ogni inchiesta della magistratura. Assorbita An nel Pdl, assorbiti molto più facilmente gli ex colonnelli rivelatisi semplici brigadieri, Fini se non voleva degradare se stesso a colonnello aveva davanti a sé la scelta obbligata di una strada indipendente ed autonoma. Ha deciso di rendersi autonomo, restando nel partito, e questa scelta da sola lacera la ragione sociale del Pdl e dello stesso berlusconismo.

Berlusconi è pronto a rompere con chiunque e quasi a qualsiasi prezzo, pur di affermare la sua sovranità indiscussa: ed è pronto a negoziare con chiunque e a un prezzo ancora più alto, pur di riaffermare il suo comando. Ciò che non può accettare è la lesione continua, visibile e manifesta, del suo busto imperiale, che è il vero simbolo fondatore e imperituro del Pdl, secondo la sua concezione. Ciò che non può reggere è un'opposizione organizzata, pubblica e permanente, che lo ingabbi al di là dei numeri a suo favore in una discussione quotidiana, in una trattativa senza fine, in una contestazione alla luce del sole, ingigantita nel gioco parlamentare e mediatico. Che tortura diventerà, in questo schema, la discussione sul Dpef? Che rischi correranno le spericolate misure sulla giustizia ad uso personale? Che logoramento subirà la potestà suprema del leader unico, obbligato ogni volta ad infilarsi nei corridoi delle notti democristiane dei lunghi coltelli?
Ma sono soprattutto la cultura politica, la natura leaderistica, la simbologia carismatica e vagamente messianica del Cavaliere che risultano incompatibili davanti al gesto di un numero due che stravolge i ruoli, lotta alla pari, punta sull'età e sullo scudo istituzionale, e rovescia il tavolo-altare della beatificazione perenne del Supremo.

Quei gesti di Fini sono l'inferno di Berlusconi, la prova che un'altra destra è possibile, l'annuncio che la democrazia interna può mandare in tilt un partito nato per essere un blocco unico e nient'altro, la promessa di un'alternativa che risolve alla radice il gioco della successione promessa e dell'eternità praticata dal premier.

Ciò che i Bondi ieri hanno visto sul volto del Cavaliere è il dopo-Berlusconi, improvvisamente anticipato ad oggi come in una premonizione televisiva, in un corto-circuito politico ed emozionale (molto più emozionale che politico) senza precedenti. Senza la finzione della calza sulle telecamere, dei finti cieli sui fondali, dei cori egemoni per "Silvio", l'irruzione della realtà e della verità ha sconvolto il palinsesto del Pdl, rendendo il Cavaliere per la prima volta afasico politicamente, incapace di condurre al suo esito un'assemblea e una giornata giocate tutte di rimbalzo, sui nervi, e clamorosamente senza nemmeno una conclusione politica. Un rovesciamento spettacolare per un leader che da casa interviene addirittura nei talk show, li domina al telefono togliendo la parola a tutti, per dire ciò che vuole, salutare e andarsene con l'ultima parola che conta.

Va visto con rispetto il travaglio del Cavaliere, che alla sua età e dopo tanti successi entra nell'inesplorato della guerriglia politica dentro casa, ipnotizzato da quella crepa che gli scandali estivi di un anno fa, il castello di contraddizioni e di bugie in cui si era avventurato, gli hanno aperto sotto i piedi: che i voti perduti delle regionali hanno allargato, e che Fini ieri ha indicato con quel dito alzato, perché le telecamere metaforicamente la mostrassero agli italiani. E va seguito con attenzione il passaggio spericolato del presidente della Camera, tradito dai suoi che avevano da tempo trovato un padrone e oggi gridano al tradimento, dimostrando che il dissenso in quel partito è un esercizio sicuramente rischioso (vedremo adesso il killeraggio della stampa di famiglia, che già si è distinta per il pestaggio degli eretici e dei critici), probabilmente impossibile.

Fini tenterà di restare nel Pdl parlando alla parte più moderata della destra e del Paese, ma intanto preparerà le sue truppe risicate, perché dovrà andarsene, più presto che tardi. Il Cavaliere ondeggerà tra paternalismo e pugno di ferro, e alla fine romperà definitivamente. Ma non solo con Fini, con tutto. Incapace di reggere, chiederà il giudizio di Dio nelle elezioni anticipate, per riavere dal voto quel che perde con la politica, tentando di andare al Quirinale con il controllo diretto della maggioranza parlamentare, trasformando il populismo nella religione finale: ieri il documento votato dal partito lo dice esplicitamente, quando spiega che il Pdl non è un partito ma un "popolo", che si riconosce nelle "democrazie degli elettori", e dunque non può contemplare il dissenso. L'avventurismo sarà la fase suprema, l'ultima, del berlusconismo al potere.

giovedì 22 aprile 2010

Ambiente e Malattie Correlate


Giovedi' 6 Maggio 2010 Teatro Monticello

Incontro promosso dal Movimento di Rinascita Civica di Grottaglie in collaborazione con IMID Association. Grandi passi si stanno compiendo in questa branca della medicina, di cui il prof Mauro Minelli è instancabile artefice e ricercatore. Tutto questo sta accadendo in un piccolo ospedale del leccese, il San Pio di Campi Salentina. All'incontro del sei maggio è prevista la partecipazione di molti medici di base di Grottaglie e dei paesi limitrofi e la presenza dell'assessore alla sanità Tommaso Fiore.
L'ingresso sarà libero fino all'esaurimento dei posti a sedere.

martedì 20 aprile 2010

Gli anticorpi di Silvio

La normalità si fa rivoluzionaria, il luogo comune trasgressivo

Arriva il momento in cui...

di Filippo Rossi da Fare Futuro Web magazine
Arriva il momento in cui la normalità diventa rivoluzionaria. In cui uno si guarda indietro e capisce che, passo dopo passo, a furia di un realismo mal declinato e pessimamente digerito, ha perso la strada che portava a casa. Arriva il momento in cui il luogo comune diventa trasgressivo. In cui ci si guarda attorno e si capisce che le parole non sono fatti, che le immagini non sono realtà, che la finzione è sempre una bugia. Arriva il momento in cui la politica diventa una cosa seria. In cui i contenuti, gli ideali, le differenze hanno un senso dal quale non si può più prescindere.

Arriva il momento in cui l’obbedienza non può essere un valore. In cui disobbedire è onesto. E morale. In cui qualcuno deve alzare la testa e dire quel che non va, quel che non piace, quel che non sopporta. Arriva il momento in cui bisogna conquistarsi i propri spazi di libertà, di partecipazione. Perché partecipare non significa obbedire. Non significa prendere ordini. Arriva il momento in cui bisogna fuggire dall’interesse istantaneo, dall’egoismo personale. Arriva il momento in cui bisogna fare quel che è giusto, senza pensare agli effetti immediati. Senza pensare alle poltrone. Il momento in cui bisogna capire chi sono stati e chi sono i propri compagni di strada e chi potrebbero essere quelli del futuro. Capire le affinità sentimentali. Arriva il momento di capire chi si è veramente. E di dirlo apertamente. Arriva il momento delle scelte e delle decisioni. Arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine.

Fini: «Berlusconi accetti
il dissenso, io non starò zitto»

di Celestina Dominelli e Andrea Franceschi da Il Sole24Ore.it

ROMA - Non ha intenzione di togliere il disturbo, né di stare zitto. Ma rimarrà con una propria corrente nel Pdl affinché si apra «una fase nuova con un confronto aperto nel partito». Esordisce così il presidente della Camera, Gianfranco Fini, nella riunione con gli ex parlamentari di An (circa 40 i presenti) convocata oggi nella sala intitolata a Pinuccio Tatarella. «Ci sono dei momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio. Decidere se si è disposti a rischiare per le proprie idee. Questo è il momento». Più o meno le stesse parole usate stamane, nel suo editoriale, anche dal direttore di Ffwebmagazine, il periodico on line di Farefuturo, la fondazione di Fini. «Arriva il momento in cui disobbedire è morale – scrive Filippo Rossi -. Arriva il momento delle scelte e delle decisioni. Arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine».

E quel momento sembra essere arrivato per il cofondatore del Pdl. Che ha deciso di svelare le sue carte e di portare avanti il progetto di una minoranza interna che servirà, lo aveva spiegato ai suoi nei giorni scorsi ma lo ha sottolineato anche oggi, «non per destabilizzare il Pdl, ma per rafforzarlo». «Questa è una fase complicata – aggiunge il presidente della Camera – non ce la facevo più a porre sempre le stesse questioni al presidente del Consiglio». Questioni che Fini ribadirà alla direzione di giovedì quando, davanti al premier Silvio Berlusconi, metterà in fila i motivi del suo dissenso e la necessità di un cambio di passo per il Pdl, troppo appiattito sulle istanze leghiste.

Un partito in cui Fini non si riconosce più e ai parlamentari ex aennini lo dice senza troppi giri di parole citando il celebre aforisma di Ezra Pound. «Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee o le sue idee non valgono nulla o non vale nulla lui». Il Pdl, prosegue, «lo avevamo immaginato diverso. Io voglio poter dire le cose che penso senza essere accusato di tradimento. Il Pdl deve essere libero e non può essere il partito del predellino».

Poi il messaggio al Cavaliere. Berlusconi, rimarca Fini, continua a pensare che si tratti «di incomprensioni», invece «il problema è solo politico». «Ci sono punti di vista diversi tra me e il premier», osserva ancora il presidente della Camera. «Se giovedì usciremo con un'ampia maggioranza sul documento del presidente nel Consiglio, ma con una pattuglia minoritaria in polemica con la maggioranza significa che ci sarà un confronto aperto. Il problema - aggiunge ancora Fini - che si porrà sarà: il dissenso interno può esistere o siamo il partito del predellino?. Sarà il momento della verità, un momento anche delicato«, conclude Fini.

Per la terza carica dello Stato, quindi, «la fase del 70 a 30 è finita. Spero che Berlusconi accetti che esista un dissenso, vedremo quali saranno i patti consentiti a questa minoranza interna». È questo dunque l'approdo finale del percorso del co-fondatore del Pdl. Che ha chiesto ai parlamentari presenti di firmare un documento di sostegno alle sue posizioni che saranno ribadite giovedì.

Le tensioni e il documento

Nessuna scissione, dunque, per il momento. Ma il clima tra i finiani è molto caldo e anche oggi, prima della riunione, è andato in scena un nuovo scontro tra il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, e il sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia. «Ho detto senza peli sulla lingua a Bocchino di smetterla perché ha già fatto abbastanza danni». La tensione insomma resta alta. «Non ho nessuna intenzione di togliere il disturbo, nè tantomeno di stare zitto. E spero che Berlusconi accetti il dissenso. Qui si vedrà se siamo un partito in cui si discute liberamente e il dissenso è legittimo o se siamo il partito del predellino in cui tutti devono essere d'accordo e dire che va tutto bene». Lo ha detto Gianfranco Fini, secondo quanto viene riferito, nella riunione con i parlamentari a lui vicini (una quarantina di ex An secondo indiscrezioni ndr.).


Fini ha anche spiegato di «non aver mai parlato di scissioni o di voto anticipato: se qualcuno li evoca è perchè auspica che io me ne vada». A questo proposito, Fini ha anche criticato «chi in questi giorni ha cercato di interpretare il mio pensiero, andando da una parte all'altra in tv ad incendiare il dibattito». «Ora - ha concluso Fini - si apre una fase nuova», con l'esplicitazione di un dissenso interno nel partito, e «chi avrà più filo da tessere tesserà». A questo proposito ha osservato che «la componente ex An avrebbe dovuto restare unita, ma invece è andata diversamente».

Ecco alcuni stralci del documento firmato dai fedelissimi del presidente della Camera. «In merito alle polemiche che l'incontro tra Fini-Berlusconi ha suscitato nei media e nell'opinione pubblica - si legge - riteniamo necessario esprimere solidarietà a Gianfranco Fini contro il quale sono stati espressi giudizi ingenerosi con toni a volte astiosi. Per parte nostra riteniamo che le questioni poste da Fini meritino un approfondimento e una discussione attenta nelle competenti sedi di partito. Nel corso della direzione di giovedì prossimo sarà lo stesso presidente della Camera a chiarire le sue proposte, aprendo un dibattito che ci consentirà di articolare e aggiornare un progetto di rilancio del Pdl, aperto alla partecipazione di tutte le componenti del partito».«La prospettiva di una escalation e anche il suo parlare di scissioni ed elezioni anticipate - è scritto ancora nel testo - risultano incomprensibili per noi e per l'opinione pubblica che invece si aspetta una fase più incisiva dell'azione del nostro governo. Bisogna quindi riportare il confronto sul piano costruttivo, isolando quanti più o meno consapevolmente stanno in queste ore lavorando per destabilizzare il rapporto tra i cofondatori del Pdl. Per questi motivi confermiamo la fiducia al presidente Gianfranco Fini a rappresentare tali istanze».

L'antipatica Bongiorno e gli stop sulla corruzione

di Donatella Stasio da Il Sole24Ore.it


Intercettazioni e prescrizione breve: è su questi due fronti che la finiana Giulia Bongiorno si è "guadagnata" l'antipatia di Silvio Berlusconi («crea sempre dei problemi», «levatemela dai piedi»). Nell'uno e nell'altro caso, la presidente della commissione giustizia della Camera, alter ego di Gianfranco Fini sulla giustizia, ha mandato in fumo i programmi del presidente del Consiglio: lui spingeva per soluzioni radicali che tenessero fuori dalle intercettazioni il reato di corruzione; lei gli rispondeva che il malaffare non viene a galla senza le registrazioni; lui insisteva per azzerare con la «prescrizione breve» migliaia di processi, anche sulla corruzione, lei replicava che sarebbe stata un'amnistia mascherata. Il pomo della discordia era sempre lo stesso: il reato di corruzione.
Due date, in particolare, hanno segnato il rapporto tra B e B, e misurato la loro distanza: il 21 gennaio 2009 e il 10 novembre dello stesso anno. In entrambe le occasioni, il premier capì che l'avvocato Bongiorno sarebbe diventato la sua spina nel fianco. E con lei il presidente della Camera Gianfranco Fini.

Le cronache ricordano che il 21 gennaio 2009, durante una cena-vertice a palazzo Grazioli, si chiuse il braccio di ferro sull'esclusione o meno della corruzione dalla lista dei reati intercettabili. Prima della presentazione del Ddl Alfano, la Bongiorno aveva concordato con Niccolò Ghedini, consigliere giuridico del premier, una formula che non escludesse i reati contro la pubblica amministrazione (almeno quelli più gravi); ma subito dopo il varo del provvedimento, ricominciò il pressing di Berlusconi per far rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta. Doveva però superare l'ostacolo di Fini. Il 22 gennaio il premier si trovò di fronte la Bongiorno, che puntò i piedi sulla lista dei reati intercettabili, evitando che Berlusconi sfilasse corruzione e concussione. Ebbe la meglio (la lista, anzi, si allungò), anche se Berlusconi fece ingoiare a Fini una durata degli ascolti «limitata nel tempo» e, soprattutto, i «gravi indizi di colpevolezza», poi divenuti «evidenti» (ma destinati a tornare, in quest'ultimo giro di boa al Senato, «gravi indizi di reato»).

L'ulteriore dispiacere dato al Cavaliere fu quando la Bongiorno, in una lettera al presidente dell'ordine dei giornalisti, annunciò che «un divieto totale di pubblicazione di atti giudiziari fino alla conclusione delle indagini o fino al termine dell'udienza preliminare» avrebbe «azzerato qualsiasi forma di conoscenza nelle prime fasi dell'attività giudiziaria relativa a delitti di grave allarme sociale». E dunque preannunciò alcune correzioni poi inserite al testo per attenuare il «bavaglio alla stampa».

Ma lo scontro più forte tra B e B si consumò a Montecitorio il 10 novembre 2009, all'indomani della bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta. La presidente della commissione Giustizia affiancava Fini in quel faccia a faccia, uno dei più tesi che abbia avuto con il premier, a sua volta affiancato da Ghedini. Era presente anche Gianni Letta. Berlusconi si presentò con due testi, uno sul «processo breve» e l'altro sulla «prescrizione breve» (taglio di 1/4 della prescrizione per i reati puniti con non più di 10 anni commessi prima di maggio 2006). Il premier li voleva entrambi, in particolare il secondo, che avrebbe chiuso una volta per tutte i suoi processi in corso. Il Quirinale era in allarme, perché si prospettava la morte di circa 600mila processi. La Bongiorno obiettò a Berlusconi quello che in tanti, anche nel Pdl, pensavano ma non dicevano: sarebbe stata un'amnistia. E per di più, con dentro la corruzione. Come spiegarla agli Italiani? Fini fece muro: «Danneggerebbe i cittadini. Non si può fare». E il cavaliere incassò "soltanto" il «processo breve». Che però, dopo l'approvazione del Senato, è rimasto bloccato in commissione giustizia alla Camera.

IL PERSONAGGIO
Giulia Bongiorno
Avvocato cassazionista e presidente della commissione giustizia di Montecitorio, ha da poco compiuto 44 anni. La sua notorietà risale a diversi anni fa, quando giovanissima (28 anni) fece parte del collegio di difesa di Giulio Andreotti, processato con l'imputazione di associazione mafiosa. La Bongiorno fu l'assistente del difensore principale, Franco Coppi. Nella sua carriera ha difeso, tra gli altri, Piero Angela (in un processo per diffamazione) e Sergio Cragnotti.