venerdì 12 febbraio 2010

E la decisione di «silenziare» viene chiamata informazione

Per ampliare l'area delle opinioni si mettono a tacere (provvisoriamente) quelle che già esistono. Per favorire i cittadini si sopprimono programmi che i cittadini mostrano di apprezzare. Un'ipocrisia assoluta, appunto: George Orwell la chiamava "neo-lingua": proclamare il contrario di ciò che si fa. La decisione della Commissione parlamentare di vigilanza Rai che prescrive, con il pretesto della par condicio elettorale, la mortificazione dei talkshow politici, rivela una visione punitiva dell'informazione televisiva. Invece di aggiungere, taglia. Invece di riequilibrare la faziosità con più voci, più punti di vista, più pluralismo, trova l'unico equilibrio concepibile nell' imposizione del silenzio e nella mordacchia per tutti. Non dice, come sarebbe lecito, che la Rai dovrebbe trovare una decente collocazione d'orario per le tribune elettorali in aggiunta alle trasmissioni esistenti. No, dice che le tribune elettorali devono sostituirle, mettersi al posto loro, dando unicità di informazione a noiose trasmissioni di propaganda elettorale.

Che la par condicio fosse una gabbia di ferro, una dittatura della contabilità e della ragioneria del minutaggio, si sapeva. E infatti erano in pochi, ragionevolmente, a chiederne l'applicazione letterale, rigida, inflessibile. Da ieri la ragionevolezza è svanita. Con un atto di imperio si decide che chi non si attiene a disposizioni spaventosamente somiglianti al delirio formalistico di "Comma 22" deve farsi da parte e smettere di parlare. Se sono un teleutente affezionato di "Porta a porta" devo inchinarmi al diktat di una commissione parlamentare, se sono un fan di "Annozero" o di "Ballarò" devo aspettare la fine della campagna elettorale. Si dice, con una certa enfasi per la verità, che le campagne elettorali dovrebbero essere una festa della democrazia, del contrasto d'opinioni, della lotta tra partiti diversi. Invece vogliono trasformare la campagna elettorale in una cerimonia funebre. Una rassegna interminabile di tribune per partiti grandi e piccini. E per il resto silenzio, reticenza, autocensura. L'ex presidente della Rai Lucia Annunziata sostiene che la colpa è di una legge che consente alla politica un controllo troppo stretto sulla televisione pubblica. Le leggi però passano, e invece resta la politica come editore unico e incondizionato della Rai, quale che sia il colore della maggioranza di governo.

Solo che, a differenza di tutti gli altri editori, la politica può permettersi di non tener in alcun conto le leggi del mercato, il diritto di scelta dei cittadini teleutenti, la libertà del telecomando. Sopprimere un gruppo di trasmissioni non ha alcuna relazione con la scelta di chi vuole proprio "quella" trasmissione e non un'altra, "quel" conduttore e non un altro. Il servizio pubblico esige che tutti i partiti usufruiscano di spazi per l'informazione elettorale? Giusto, siano messi i responsabili delle reti nella condizione di piazzare decentemente le tribune elettorali prima o dopo "Porta a porta", prima o dopo "Annozero", prima o dopo "Ballarò", prima o dopo "L'ultima parola". Prima o dopo: non al posto di. E invece la commissione parlamentare ha deliberato proprio così: al posto di. Scatta automatica la tentazione istintiva di cancellare, tacitare, azzerare ciò che c'è. Nel nome dell' informazione, addirittura. O, come ha sostenuto l'esponente radicale della Vigilanza, nel nome dei piccoli emarginati e vessati. L'editore politico parla solo il suo linguaggio, l'unico che conosce. Il resto è bavaglio.

Pierluigi Battista

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