sabato 30 gennaio 2010

RIVOLUZIONE RADICALE


L'Espresso - 29 gennaio 2010

Più trasparenza. Regole in stile europeo. Rilancio del turismo. Sanità sul modello Toscana. La Bonino anticipa il suo programma e spiega come punta a conquistare il Lazio


di Denise Pardo

Mercato Casal de` Pazzi, Roma, Lazio, banco macelleria, il titolare si fa largo tra polli ruspanti e quarti di bue: "Ragazzi, eccola: magica Emma!". Mercato di Porta Portese, Roma, baci, abbracci, per tutti è solo Emma. Nessuna macchina blu, anche se è vice presidente del Senato, dunque ne avrebbe diritto, scende da un taxi come una qualunque, serena come chi passeggia in vacanza. E' vero che Bonino, ex ministro, ex commissario europeo, ex eurodeputata, ex professore emerito al1`Università del Cairo, da radicale di razza è abituata a battaglie ben più feroci. Ora si sta giocando la partita più significativa delle elezioni regionali: quella della presidenza del Lazio. E fosse solo la designata dei radicali. No, si è miracolosamente materializzata come la candidata del centro sinistra dell’ultim’ora avvelenando l’aria di vittoria che si respirava dall’altra parte, ovvero quella di Renata Polverini, per tutti già presidente in pectore. Uscita come un coniglio dal cappello di un Pd in piena lotta fratricida e incapace di trovare un candidato con i quattro quarti democratici, la variabile imprevista Emma avanza, incurante dei malumori dei cattolici, dei timori dei poteri forti. degli anatemi dei nemici.

Lei si è auto candidata...
«Alt. Non sono un’auto candidata. E nemmeno un’apolide. Sono la candidata della lista Bonino-Pannella che sarà pure un partito piccolo, ma ha decenza e dignità, oltre a essere il più antico d’Italia. Poi il centro sinistra ha deciso di appoggiarmi. Gli sono gratissima e mi auguro che si riconoscano in questa scelta anche moltissimi elettori di centro-destra».

In questa città e in questa regione, lei è molto lontana dai poteri forti. Per esempio, rapporti con i costruttori, con il loro re Caltagirone?
«Caltagirone? Gentilissimo. L’ho conosciuto un mese fa alla cena per la raccolta fondi contro la mutilazione genitale femminile organizzata da Anna Fendi, una donna che mi è sempre stata vicino. Ha partecipato con grande calore, mi ha aiutato a battere due volte l’asta di una bicicletta. Come dice? Ah, sì forse non è Franco, quello del Messaggero. No no, io ho conosciuto Francesco, il proprietario dell’Acqua marcia, davvero molto gentile. Costruttori, mi spiace, al momento non ne conosco».

Nessuna relazione con il Vaticano, distanza con i cattolici...
«Ho rapporti forti con tantissimi preti e suore in Italia e in tutto il mondo e anche con una larga parte dell’area del volontariato. Ho incontrato un solo papa, Giovanni Paolo II in occasione della campagna sulla fame nel mondo. Ma legami con l’establishment della Chiesa, zero. Questo vuole anche dire che loro non ne hanno con me. Nessuno dei due, a quanto pare, ha mai ritenuto l’altro interessante».

Paola Binetti, Rosi Bindi e altri a invocare attenzione per il voto cattolico.
«Ogni elezione c’è l’evergreen del voto cattolico. I suoi paladini, proprio loro, ne parlano come fosse un pacchetto da mandare qua o là. Ne ho più rispetto io di loro perché penso siano cittadini con un credo capaci di fare le loro scelte. Dall’obiezione di coscienza al divorzio, dall’aborto al voto ai diciottenni, le grandi riforme di questo paese, che non è musulmano che io sappia, sono state possibili perché le nonne e i nonni cattolici, credenti e praticanti, hanno ben capito che, in un paese civile “io non lo farei” non può diventare “tu non lo devi fare”».

Nei suoi confronti Giuliano Ferrara sul “Foglio” ha rinverdito i toni dell’Inquisizione, odori di rogo e fumi di zolfo e lei come Satana.
« Mi sembrano segni di debolezza sguaiati.Travasi di bile che hanno del patologico. Questo tipo di armi non porta mai bene a chi le usa».

E’ credente?
«No. Lo sono a modo mio. Non sono cattolica nel senso delle credenze. Il mio amico iraniano, lo scrittore dissidente Ramin Jahanbegloo diceva che il problema non sono le credenze ma l’utilizzo che uno fa delle proprie credenze».

Due donne in corsa per la stessa poltrona. Una campagna elettorale al femminile dovrebbe segnare la differenza. Ma Renata Polverini l’ha attaccata addirittura sulla sua nascita a Bra.Se l’aspettava?
«Io speravo, spero che i toni siano altri. Con lei ci siamo anche sentite per concordare insieme i faccia a faccia. Ma, detto questo, non sono tra coloro che pensano che basti essere una donna per essere migliore. Né ho mai creduto nella “sorellanza femminile”. Sin dall’inizio, ho immaginato che tra noi c’era una buona chance di correre all’insegna della correttezza. Spero di non essermi sbagliata».

Gianni Alemanno ha scalato il Campidoglio puntando sulla sicurezza. Il punto forte della sua campagna?
« Portare il Lazio in Europa e l’Europa nel Lazio. Adottare le buone pratiche europee. Aumentare il turismo attraverso accordi con i freddi paesi nordici per i quali il Lazio ha un clima tiepido nei mesi invernali. Ma la cifra forte del mio programma è la trasparenza. La glasnost in tutti i settori dell’amministrazione,i trasporti, la viabilità, l’ambiente, i rifiuti, l’impresa e il mondo del lavoro. Senza, credo sia impossibile recuperare la fiducia e il consenso popolare. I cittadini del Lazio credono che non ci siano alloggi. Non è vero e sono in pochi a saperlo. Credono che non ci siano abbastanza posti letto o ambulatori e anche questo non è vero. Il nodo sta nella nebbia, tipicamente italiana, del sistema».

Cosa intende?
«Come altre regioni, il Lazio ha un’amministrazione così farraginosa da diventare opaca. In tutto, gestisce 26 miliardi. Il problema non è l'entità, da commissario europeo ho amministrato somme ingenti, è la montagna di vincoli: lo sa che il regolamento interno ha 500 articoli? Vuol dire che nessuno li ha mai letti, e anche che nessuno può riuscire a leggerli. E bisogna ricordare che l'ammistrazione Marrazzo ha fatto miracoli dopo aver ereditato dalla giunta Storace un debito di dieci miliardi certificato dalla Corte dei conti. La sanità non ne parliamo: impenetrabile è dire poco. Non ci sono servizi sociali a domicilio, non c’è un consultorio telefonico per capire a chi rivolgersi. Per legge, gli ospedali pubblici attraverso il centro prenotazioni devono dare il 70 per cento di disponibilità di servizi. E’ un miracolo se si arriva al 30. Le cliniche private convenzionate non hanno quest’obbligo e alla fine tutto funziona solo attraverso raccomandazioni. Io vorrei più salute e meno sanità».

Attacchi molto pesanti le sono arrivati dai giornali di proprietà della famiglia Angelucci che ha i suoi interessi maggiori nel campo della sanità. Li conosce?
«Non li conosco. Penso che bisognerebbe far rispettare il tetto del 70 per cento, chiedendo per legge anche la disponibilità alle cliniche private. In pratica, la trasparenza della mappa dei posti letto. Al di là dei tecnicismi, vuol dire che gli Angelucci, proprietari di cliniche private, hanno il terrore che tutto si renda pubblico. Per risanare non bisogna essere Amartya Sen. Senza essere esotici, basta copiare quello che si è fatto, per esempio, in Toscana».

Parliamo di Partito democratico, il matrimonio sembra ancora in alto mare.
«Io sono Emma, radicale. Loro sono il Pd. Io ho i miei guai, loro hanno i loro. Non mi sono iscritta al Pd, nè loro ai radicali. E’ una fase e spero che lavorare insieme faccia superare stereotipi e mugugni, che non sono sulla persona ma sui problemi interni sui quali non intervengo».

Due mondi diversi che ora devono per forza incontrarsi. Lei è per il liberismo e il mercato, loro solidali con sindacati e ammortizzatori sociali.
«I radicali e il Pd, mica si sono conosciuti adesso. Due anni di lavoro parlamentare insieme, due anni di governo con Pierluigi Bersani e con lui mi sono sempre trovata d’accordo. Chi ha detto che una visione einaudiana o liberale non preveda reti di protezione sociale? La questione non è la cassa integrazione in deroga, finché c’è si usa, ma il fatto che siamo nel 2010 e gli strumenti creati nel 1970 andrebbero adeguati».

La comunicazione è sempre stata un pezzo forte dei radicali. Gli altri facevano comizi, voi digiunavate e vi imbavagliavate. Che tipo di campagna sarà la sua?
«Mi piacerebbe che fosse interattiva. Che tutti quelli che ci credono ci mettano qualcosa di loro, diano di sé quello che possono, lo manifestino su internet, con un volantino sul finestrino di una macchina, con una bandiera sul balcone. La sfida è far ridiventare la gente cittadina orgogliosa e consapevole delle sue scelte».

In giro, le persone la salutano come una di casa, come qualcuno fuori casta.
«In carcere, per strada o presiedendo il Senato, non cambio. Mi sembra che la gente percepisca che sia in corso qualcosa di importante in cui si identifica indipendentemente se abbia condiviso o no le mie iniziative. Una scelta coraggiosa: questo è stato il commento più usato dai miei colleghi di destra o di sinistra. Immagino pensassero alle dinamiche tipiche, in cui ti candidi solo se c’è un accordo, solo se sei tutelato o cooptato..».

Dalle parti del Pd si dice anche: con le polemiche in corso non era meglio evitare di candidare nelle liste radicali un eretico come Tinto Brass?
«Si poteva evitare tutto, anche di appoggiarmi. Chi mi critica poteva anche presentare qualcun altro, peccato che non c’era. Brass si è candidato con noi a Venezia nei tempi più bui, perché non dovrebbe farlo adesso? Nella vita, esistono convinzioni e convenienze. Per me contano di più le prime delle seconde».

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