sabato 10 ottobre 2009

Gli italiani invisibili


Sembra incredibile ma nel Paese della concertazione oggi soffriamo di (poca) rappresentanza: è diventata un bene scarso. Complice la grande crisi scopriamo che interi pezzi della società sono diventati Invisibili. Non hanno santi in paradiso o lobby che li tutelino e le loro rivendicazioni non riescono nemmeno ad arrivare ai piani alti. È questa la condizione dei piccoli imprenditori costretti a far la fila in banca per chieder credito e non chiuder bottega, dei giovani licenziati dai grandi studi di avvocati e architetti che aprono la partita Iva per mancanza di alternative, dei consulenti del terziario avanzato che pagano all’Inps lauti contributi per pensioni che forse non matureranno.

Non c’è da stupirsi quindi se tra gli informatici e i designer dell’associazione Acta il primo partito sia diventato quello dell’astensione, se siano nati in diverse realtà territoriali comitati con il suggestivo nome di «Imprese che resistono » e se un gran conoscitore del mondo delle professioni come il sociologo Gian Paolo Prandstraller sentenzi: «Questo governo non vuole capire che senza le competenze dei professionisti non saremo mai un Paese avanzato ».

Che aria tiri qualcuno nel Palazzo ha cominciato a capirlo e sta giocando la carta della captatio benevolentiae. I convegni sulle Pmi non mancano, le banche stanno attente a fare una comunicazione «amica » verso i Brambilla, i politici locali preoccupati chiamano i ministri sul territorio a render conto della loro azione e persino i parlamentari milanesi del Pd cominciano ad alfabetizzarsi sui problemi delle partite Iva. Tutto dire. Ma non basta. La strategia del sorriso dura lo spazio di un convegno e invece servono soluzioni. Prendiamo, ad esempio, i conflitti di interesse che scuotono il mondo dell’industria. I piccoli sono stanchi di frequentare le associazioni per stringer mani e prender pacche sulla spalla, vogliono diventare partner industriali e non fornitori da tagliare alla prima occasione (magari per mandare il lavoro all’estero).

Il caso dell’obbligo di etichettatura made in Italy è esemplare: i «contadini del tessile» chiedono — con la sponda della Lega — totale trasparenza, non hanno remore ad attaccare gli stilisti e rendono faticosa la mediazione della Confindustria. Anche nell’industria aero-spaziale le piccole imprese non vogliono più che siano le grandi aziende di Stato, in primis la Finmeccanica, a fare il bello e cattivo tempo. Hanno premuto sulla politica e ottenuto dal ministero della Difesa l’apertura di un tavolo di confronto. Un primo passo che nel settore equivale a una piccola rivoluzione. Ma il conflitto più esplosivo riguarda gli incentivi per sostenere la domanda di beni di consumo. La Fiat li ha chiesti di nuovo e dovrebbe ottenerli ma il rischio di una sollevazione da parte degli altri settori è all’ordine del giorno. Dalla Federlegno alle associazioni industriali del Nord-est l’elenco è lungo.

Ottobre, comunque, sarà un un mese «caldo» per la rappresentanza. La Lega si presenta come partito-società (anche in questo riecheggia il Pci) e scavalcando le associazioni degli artigiani ricerca il confronto diretto con i Piccoli. Le cinque organizzazioni del patto del Capranica (Confcommercio, Confesercenti, Cna, Confartigianato e Casartigiani) affrettano i tempi per lanciare la loro nuova iniziativa comune. Giuseppe De Rita, Aldo Bonomi e Paolo Feltrin stanno lavorando per scrivere addirittura una Carta dei Valori del nuovo soggetto di rappresentanza. La Confindustria replicherà a fine ottobre con un importante meeting a Mantova nel quale presenterà un progetto ambizioso: un piano per incentivare le aggregazioni delle piccole e medie imprese. Tanto attivismo organizzativo servirà a tamponare il credit crunch, la chiusura delle fabbriche e a reimpostare su basi nuove il rapporto con gli Invisibili? Molto dipenderà dalle scelte che le organizzazioni che si candidano a ricucire la società faranno. Si limiteranno a competere sul territorio per rubacchiarsi gli iscritti o dovendo scegliere tra gli Invisibili e la politica lenta staranno con i primi?

Sul versante dei professionisti la situazione è ancora più complessa. E la rappresentanza più fragile. Gli Ordini professionali attaccati negli scorsi anni per le loro chiusure e la non volontà di liberalizzare avevano mostrato una buona capacità difensiva. «Per quello che conosco al Nord, sono strumenti efficienti— sostiene Prandstraller— ma con la crisi tutto è destinato a cambiare. Perché stavolta penalizza più gli autonomi che i lavoratori dipendenti». A mettere in difficoltà gli Ordini è la frattura che si sta aprendo tra anziani e giovani perché chi paga il conto più salato sono i giovani avvocati, commercialisti o architetti che rischiano nei prossimi mesi di essere espulsi dalla professione. Senza avere strumenti di tutela che servano ad aiutarli a reggere il colpo e a fornir loro una seconda chance. Sono nate in questi anni numerose associazioni professionali spesso in polemica con gli Ordini ma per un motivo o per l'altro non sono riuscite ad avere la taglia necessaria per farsi ascoltare. La stessa considerazione vale per il Quinto Stato dei professional e consulenti milanesi. Il welfare per loro è una tassa aggiuntiva del 26%, non quella formidabile istituzione democratica che assicura a operai e impiegati, ai Visibili, cassa integrazione e buone pensioni.

Dario di Vico da Corriere.it


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