lunedì 13 luglio 2009

Trenta anni di solitudine


Trenta anni dalla morte di un'eroe borghese ucciso per aver fatto «politica in nome dello Stato»



Sono passati trent'anni dall'11 luglio del 1979, quando l'avvocato milanese, liquidatore della Banca privata italiana, venne assassinato da un killer ingaggiato da Sindona


Sono passati trent'anni da quell'11 luglio del 1979. Quella sera Giorgio Ambrosoli aveva invitato alcuni amici a casa sua per assistere in compagnia all'incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Dopo avere cenato in un ristorante poco lontano, si piazzano davanti al televisore. Squilla il telefono, Ambrosoli risponde ma dall'altra parte c'è il silenzio. Per lui non era una novità: aveva già ricevuto minacce di morte e, in qualche modo, aveva imparato a conviverci.
L'incontro di boxe si conclude. Ambrosoli accompagna a casa con la sua auto tre dei cinque amici che avevano passato la sera con lui. Torna e parcheggia. Mentre sta chiudendo la serratura della portiera una Fiat 127 rossa si accosta. Una voce domanda: "Avvocato Ambrosoli?". La risposta non poteva essere che "sì". Un uomo sceso dall'auto gli dice: "Mi scusi avvocato Ambrosoli". E' William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Che spara quattro colpi. Ambrosoli muore poco dopo sull'ambulanza, verso mezzanotte.
Era stato nominato commissario della Banca privata italiana, cuore dell'impero di Sindona, nel 1974, dal governatore della Banca d'Italia Guido Carli. Era un professionista milanese, non molto in vista, e aveva già gestito la liquidazione della Sfi, una finanziaria vicina a Giuseppe Pella, un pezzo grosso della Dc.
Cresciuto in un ambiente conservatore, aveva militato nell'Unione monarchica e nella Gioventù liberale. Chiamato a dipanare la matassa del crack Sindona, non fece sconti a nessuno. Il finanziere siciliano era protetto da Giulio Andreotti e dalla sua corrente Dc, aveva stretti legami con il Vaticano dove, all'epoca, imperversava Paul Marcinkus con il suo Ior, con la mafia, con la massoneria più torbida, quella P2 di Licio Gelli che fu scoperta solo parecchi anni dopo. Ma Ambrosoli non si fece mai intimidire e completò il suo lavoro nonostante gli avvertimenti e le minacce. Era "un eroe borghese", come lo definì Corrado Stajano in un bel libro (Einaudi) del 1991,
che il 25 febbraio del 1975, dopo aver completato la ricostruzione dello stato passivo della Banca privata, scrisse alla moglie: "A quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito". Lo racconta il figlio Umberto in un libro uscito da poco "Qualunque cosa succeda" (Sironi).
Già, perché la politica è anche coscienza civile, rispetto del diritto, difesa della libertà, lotta agli abusi. Quelli che erano i suoi valori. Ambrosoli non rinunciò a difenderli dal pericoloso intreccio di affari e politica che si era formato nel nome di Sindona e per questo pagò con la vita.

Mio padre sarebbe ancora solo

«Oggi come trent’anni fa. La società continua a non vedere nella legalità un valore»

«Mio padre oggi a Milano? Proverebbe lo stesso disagio di allora. Rappresentato da una consapevolezza: il lavoro chiamato a fare solo nell’interesse del Paese, non gli porterebbe la solidarietà della collettività». Umberto Ambrosoli è il terzo figlio di Giorgio, l’avvocato liquidatore della Banca Privata italiana, ucciso aMilano nella notte fra l’11 e il 12 luglio 1979 da un killer assoldato da Michele Sindona. Lui ha 38 anni, è avvocato penalista e sei anni fa ha deciso di scrivere un libro, «la storia di un uomo che, come tanti, conduceva una vita normale, aveva una bella famiglia che amava molto, credeva nel significato e nel valore della propria libertà e responsabilità. Quest’uomo era mio papà». Un libro (in uscita fra pochi giorni da Sironi) scritto per i suoi tre figli e che ha un titolo piano ma straziante: Qualunque cosa succeda. Straziante perché si tratta di una citazione dalla lettera che Giorgio Ambrosoli scrive per la moglie Anna e che lei trova quasi per caso una mattina del febbraio 1975. L’«eroe borghese», come l’ha definito Corrado Stajano, rivela un presagio che trasforma la pagina a quadretti in un testamento spirituale: «Qualunque cosa succeda tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali abbiamo creduto».

«Ecco — dice Umberto — credo che oggi come allora, a Milano ma anche altrove, la società non veda nella legalità e in chi la preserva un valore». Non che manchino esempi del contrario: le lezioni sulla Costituzione sono seguitissime, alla presentazione dei libri sui temi legati alla legalità e alla democrazia c’è spesso la fila. «L’ex magistrato Gherardo Colombo per i suoi incontri e conferenze ha un’agenda con i primi "buchi liberi" nel 2011. Ma se si va all’Università di giurisprudenza pochi sanno chi è stato mio padre. Per molti un giudice ucciso dalle Brigate Rosse». Nonostante il libro di Stajano, uscito nel ’91 poco prima che esplodesse Tangentopoli, e il successivo film abbiano in teoria «cancellato la dimenticanza». E in fondo la storia dell’eroe borghese, pur appartenendo agli anni Settanta, al «decennio lungo del secolo breve» («anni confusi che hanno visto lo Stato mostrare due volti: nelle sue personalità migliori quello del "bersaglio"»), resta un’«anomalia» anche in questi momenti della riconciliazione con il saluto fra le vedove di Luigi Calabresi e Giuseppe Pinelli.

Un’«anomalia» perché, dice Umberto Ambrosoli, «se non è certo una storia di solidarietà, non lo è nemmeno di divisione politica. Mio papà non ha consentito che il suo lavoro diventasse politica. Se non, come scrive a mia mamma, "in nome dello Stato e per nessun partito"». E «nessuno ha mai potuto dire: Ambrosoli era uno dei nostri». Il libro è, come scrive nella prefazione Carlo Azeglio Ciampi, «un atto d’amore per il padre». E nasce sei anni fa, in sala parto. «L’infermiera entra e dice: fuori c’è il nonno. Era il padre di mia moglie. Ma in quel momento ho capito che a Giorgio, il primogenito, e ai figli successivi, dovevo raccontare la storia di mio papà». E la scrive rivolgendosi a loro: «Una storia bella, emozionante e un po’ complicata che forse potrà sembrarvi, nella sua conclusione, triste e ingiustamente dolorosa. Eppure credo che quando l’avrete conosciuta sarete orgogliosi, in qualche modo, di farne parte».

Una storia personale, vista dagli occhi e dal cuore di un bambino che perde il padre tragicamente quando è piccolo ma che acquista progressiva consapevolezza della sua morte e della sua figura. Dal funerale in una Milano calda, irreale, innaturale («ancora oggi non voglio che i miei figli passino anche un solo giorno di luglio in questa città», alle sere trascorse origliando fuori dalla sala, quando zii, amici e la madre discutono della lunga cronaca successiva: delle indagini, dell’estradizione di Sindona, dell’arresto del killer Arico. Serate alle quali è «ammesso» quando ha dodici anni. E a quattordici chiede di assistere al dibattimento in Corte d’assise: non si può, ai minorenni è proibito. Ma la madre Annalori promette di chiedere un permesso speciale. Anni di ricerche e riflessioni che lo portano al libro e lo aiutano a capire una cosa: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non prendere posizione; avrebbe avuta salva la vita». Come ha scritto Ugo La Malfa «mezza Italia» («che poi — spiega l’autore — significa mezza Dc») si è mossa «in difesa» di Sindona. E progressivamente in Umberto matura l’amarezza che raccoglie in queste parole: «Sento un’omissione generalizzata intorno alla vita di papà. Chi è chiamato a responsabilità pubbliche non ha forze né motivazioni per confrontarsi con la sua storia. La mia sensazione è che nella sua interezza e complessità non sia stata raccolta dalla collettività». E forse anche oggi avrebbe lo stesso destino.

Una scena tratta dal bel film di Michele Placido con protagonista Fabrizio Bentivoglio


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