venerdì 12 giugno 2009

Le verità dimenticate da Gheddafi ed il coraggio politico di Gianfranco Fini

Le verità dimenticate

Nei discorsi con cui hanno accol­to il colonnello Gheddafi, i suoi ospiti italiani, dal capo del­lo Stato al presidente del Consiglio e al presidente del Senato, hanno parlato di amicizia, collaborazio­ne, sviluppo congiunto. Do­po avere ascoltato le sue fi­lippiche contro l’Italia colo­niale avrebbero potuto ri­cordargli che il coloniali­smo fu molte cose, non tut­te e non sempre necessaria­mente spregevoli. Ma han­no preferito mettere l’ac­cento sul futuro e sugli in­teressi comuni dei due Pae­si in un mondo profonda­mente cambiato. Hanno fatto bene. Il realismo e l’in­teresse nazionale giustifica­no qualche strappo alla ve­rità storica. Peccato che a Gheddafi il passato interes­si molto più del futuro. Ne ha dato una nuova dimo­strazione ieri, quando ha confezionato un pasticcia­to elenco di responsabilità occidentali, da Cesare a Bu­sh, e ha detto che il terrori­smo può essere in alcune circostanze una legittima difesa contro la dominazio­ne straniera.

Quali circostanze? Vi fu un lungo periodo durante il quale Gheddafi si definì «punto d’appoggio della ri­voluzione mondiale» e non smentì, tra l’altro, di avere sostenuto finanziaria­mente l’Ira (Irish Republi­can Army) contro un Pae­se, la Gran Bretagna, «che ha umiliato gli arabi per se­coli ». Quando lo storico del colonialismo Angelo Del Boca cercò di compor­re una lista delle «lotte di liberazione» in cui il colon­nello libico è intervenuto con il suo denaro, ne ven­ne fuori una carta geografi­ca che comprende Maurita­nia, Rhodesia, Namibia, Isole Canarie, Oman, Ango­la, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Colombia, Salva­dor, Kurdistan, Nuova Cale­donia, Vanuati, Nuove Ebri­di. Non basta. I leader di al­cuni Paesi arabi lo hanno accusato di avere tramato contro i loro regimi e le lo­ro persone; i leader di alcu­ni Paesi africani (il Ciad per esempio) di avere at­tentato alla loro indipen­denza. A chi scrive non so­no piaciute né l’incursione di Reagan contro Tripoli nell’aprile 1986, né la guer­ra di George W. Bush con­tro l’Iraq nel marzo del 2003. Ma nel processo cele­brato da Gheddafi contro gli Stati Uniti e l’Occidente, il pubblico ministero è l’uo­mo che ordinò l’assassinio di alcuni dissidenti libici al­l’estero, invase il Ciad ed è oggettivamente responsa­bile dell’attentato contro un aereo della Panameri­can nel cielo scozzese di Lockerbie (270 vittime). La giustificazione del terrori­smo, in bocca a Gheddafi, risveglia ricordi di un pas­sato che il colonnello do­vrebbe cercare di coprire con un velo di pudore.

Nelle parole pronuncia­te ieri dal leader libico vi è infine anche imprudenza politica. Bush commise molti errori strategici e tat­tici, ma combatté il fanati­smo islamico, vale a dire il movimento che ha mag­giormente insidiato negli scorsi anni la vita del colon­nello e la stabilità del suo regime. Vi fu un lungo peri­odo durante il quale Ghed­dafi fu stretto in una morsa fra l’ostilità americana e le minacce della Fratellanza musulmana. Se è ancora al potere e può visitare libera­mente uno Stato europeo, lo deve in buona parte al patto con gli Stati Uniti e con l’Europa degli scorsi anni, quando rinunciò alle armi nucleari ma ottenne in cambio la revoca del­l’embargo e la ripresa dei rapporti diplomatici con Washington. Quando parla del passato Gheddafi non può ricordare soltanto quello che serve al suo compiaciuto autoritratto di liberatore dell’Africa. Conviene anche a lui, non soltanto a noi, parlare so­prattutto del futuro.

Sergio Romano

Gheddafi atteso alla Camera per due ore
Fini annulla l'incontro: «Ingiustificato»

Nel discorso del presidente della Camera doppi attacco, su diritti umani e Stati Uniti


ROMA - L'hanno aspettato per due ore, poi il presidente Gianfranco Fini ha deciso di annullare l'incontro. L'ennesimo ritardo del leader libico Muammar Gheddafi, che nel corso della sua visita in Italia non ha mai rispettato gli orari previsti dai cerimoniali, rischia di creare un incidente diplomatico. Era atteso a Montecitorio, nella Sala della Lupa alle 16.30. Avrebbe dovuto incontrare il presidente della Camera e poi partecipare a un convegno sui rapporti Italia-Libia con lo stesso Fini, D'Alema e Pisanu. Un appuntamento per cui sono stati mobilitati politici, giornalisti e con il centro di Roma ancora una volta "blindato".

«RITARDO NON GIUSTIFICATO» - «È un ritardo non giustificato - ha detto Fini rivolto ai presenti -. Nel pieno rispetto delle istituzioni considero annullata la manifestazione, assumendomene la responsabilità nel rispetto di quello che ritengo sia il ruolo del Parlamento in una democrazia». La platea applaude a lungo e Fini si sfoga: «Non si fa così». Il presidente della Camera ha deciso da solo di annullare l'incontro e solo in un secondo momento ha informato il presidente Napolitano e Berlusconi della decisione presa «in piena autonomia». Il premier ha «pienamente compreso le ragioni di Fini» secondo fonti di Montecitorio. Il presidente della Camera ha poi parlato con il ministro degli Esteri Frattini che ha definito «giusta» la decisione. Poco prima il ministro, ignaro dell'accaduto, aveva parlato all'assemblea dei giovani industriali di Santa Margherita Ligure esprimendo tristezza per quegli «italiani che non amano l'Italia e che hanno fatto solo critiche e polemiche sulla visita del leader libico».

CASINI: «ROBA DA MATTI» - Infuriato Pier Ferdinando Casini: «Gheddafi in ritardo di due ore? Roba da matti... Se fosse rimasto un minimo di dignità e di decoro delle istituzioni, Fini dovrebbe chiudergli le porte della Camera dei deputati». E così è stato. Anche il Pd plaude alla decisione: «È ineccepibile - ha detto D'Alema uscendo dalla Sala della Lupa -. Sono d'accordo con il presidente Fini, per il decoro delle istituzioni e il rispetto delle personalità invitate la decisione è ineccepibile». Ma poco dopo è lo stesso D'Alema a dare una possibile spiegazione: «Gheddafi ci ha comunicato che si è sentito poco bene. Vado io da lui, passo a salutarlo».

«USA NON SONO TERRORISTI» - Resta il fatto che il discorso preparato da Fini (e non pronunciato) era parecchio critico nei confronti delle dichiarazioni del raìs. «Le democrazia, a partire da quella americana, possono sbagliare, ma certo non possono essere paragonate ai terroristi» si legge in un passaggio del discorso del presidente della Camera.

VERIFICA DIRITTI UMANI - In un altro punto Fini auspica «che una delegazione dei deputati italiani possa recarsi presto in visita a campi libici di raccolta degli immigrati, per verificare il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo, sanciti dalle Nazioni Unite e dal Trattato di Bengasi, con particolare riguardo ai richiedenti asilo e ai perseguitati politici».

IL RAìS A VILLA PAMPHILI - «È la terza volta che Gheddafi arriva in ritardo, e qui alla Camera è ancora più grave perché offende le istituzioni. Si sente come a casa sua e non un ospite, tra l'altro non gradito» attacca il senatore di Italia dei Valori Stefano Pedica. Pare che il leader libico, una volta rientrato dall'Auditorium dove ha incontrato una rappresentanza di donne, non si sia mai mosso dalla sua tenda a Villa Pamphili, dove ha avuto incontri in forma privata. Nei giorni passati Gheddafi non si è mai presentato in orario agli appuntamenti della sua visita. Mezz'ora di ritardo a Ciampino, mezz'ora al Quirinale per l'incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, un'ora di ritardo a Palazzo Chigi, un'ora e mezza a Villa Madama. Quasi un'ora al Senato, più di un'ora all'università, un'ora in Campidoglio. E oggi quaranta minuti di ritardo all'Auditorium Parco della Musica. In due giorni il Colonnello ha accumulato la bellezza di 12 ore di ritardo.

da corriere.it



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