sabato 13 giugno 2009

Il popolo, le sedie e la democrazia

di Gian Antonio Stella

da Corriere.it

Più sedie per tutti! Invitato «dar rettore d’a Sapienza» Luigi Frati, in «roma­nesc-english» con auto-traduzione simulta­nea, a spiegare cos’è l’essenza della democra­zia, Sua Altezza Serenissima Muammar Gheddafi ha vinto l’immensa noia che pare­va inchiodarlo per concedere il suo pensiero. Punto primo, basta partiti: «Il partitismo è un aborto della democrazia». In realtà «il popolo si vuole sedere sulle sedie ». Faceva un caldo beduino, alle due del pomeriggio, nell’aula magna dell’ateneo romano. Aria pesante, effluvi di sudore, camicie appiccicaticce, cravatte slacciate. Telefonate impazienti al Senato: «Allora?». Niente. «Allora?». Niente. «Allora?». Niente. E via via che scorreva il tempo, si affollavano gli incubi. Mai stato puntualissimo, il Colonnello. C’è chi ricorda l’attesa inflitta a re Abdallah di Giordania, lasciato lì ai piedi della scaletta dell’aereo sotto un sole furibondo.

Chi le tre ore e mezzo in sala d’attesa imposte a Oriana Fallaci, che ne ricavò furente l’idea che Gheddafi «oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone». Chi le cinque ore irrogate a Ilaria D’Amico. Per non dire del «bagnomaria » al quale fu sottoposto quattro anni fa il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos: dieci ore. E tutti a boccheggiare: dieci ore! Ma ecco che, con due ore soltanto di ritardo, in mezzo a una folla di decine di guardie del corpo, mentre nell’aula arrivano gli echi delle contestazioni all’esterno, il Raìs libico si materializza. Ampia veste gialla, capelli prodigiosamente neri, gesti lenti. L’hanno chiamato a tenere una «lectio magistralis»? Il figlio dell’appuntato dei carabinieri che, come scoprì un giorno Francesco Cossiga, era in servizio alla caserma di Zuara, non si sottrae. Anzi. Spiega che bisogna riscrivere i libri di storia per tutti gli studenti occidentali. Che «in Libia ogni famiglia ha avuto un parente ucciso, ferito, deportato». Che «il terrorismo è condannabile perché fa vittime innocenti ma occorre chiedersi: qual è il motivo? I residui del colonialismo ». Ricorda lo scontro sulle vignette su Maometto: «Cosa c’entrava la Scandinavia con Maometto? Se credi in Gesù devi amare Maometto perché Gesù disse: dopo di me verrà Maometto. Ed ecco che è spuntato il terrorismo». Un momento, dirà qualcuno: non sono venuti «prima» delle vignette gli attacchi alle Torri Gemelle e gli attentati a Madrid e quelli a Londra? Dettagli. «L’Europa ha colonizzato l’Africa, ha rapinato l’oro, i diamanti, il rame, la frutta... ».

Per questo, dice, il mondo occidentale dovrebbe seguire l’esempio dell’Italia: «Chiedere scusa e restituire quello che ha preso». Questo vuole dai grandi del G8: «Avete pompato tanti soldi nelle banche? Pompateli in Africa». Luigi Frati gongola, annuisce, consente. E porge infine la parola agli studenti. Si alza uno dall’aspetto perbenino e rassicurante. Macché, va diritto sugli immigrati respinti sui barconi: «Come vengono rispettati, in Libia, i loro diritti?». L’interprete: «Quali diritti?». «I loro diritti». «Quali diritti?». «I diritti!», gridano due o tre in sala: «I diritti politici». L’interprete si china sul Raìs, che si scuote: «Quali diritti?». E si avvita a spiegare che, per carità, la domanda fa onore a chi l’ha posta ma «gli africani sono degli affamati, non dei politici, gente che cerca cibo». E i dittatori? «Non ci sono dittatori, in Africa... La dittatura c’è quando una classe sta sopra un’altra. Se sono tutti poveri...». Stringe gli occhi a fessura e affonda: «Volete un milione di rifugiati? Ne volete venti? Cinquanta? Sarebbe una grande cosa...». Ma ecco una studentessa che dice d’aver letto il libretto verde. Plaude: «So che fate tanto, per le donne». Ah, dice il Raìs: grandi spazi! E invita a farsi avanti le «amazzoni » bellocce e grintose che gli fanno da body-guard. Ammazza!, sbotta er rettore: «Le abbiamo apprezzate molto! Purtroppo c’è qui mia moglie e...». Il massimo, però, arriva quando gli chiedono cosa pensa della democrazia e quando in Libia, finalmente, ci saranno libere elezioni. Risposta: «La democrazia è una parola araba che è stata letta in latino ».

Ma come, non viene dal greco demos (popolo) e kratos (potere) come studiamo da secoli? No: «Demos in arabo vuol dire popolo e crazi vuol dire sedia. Cioè il popolo si vuole sedere sulle sedie». Testuale sbobinato: «Se noi ci troviamo in questa sala siamo il popolo, che si siede su delle sedie, e questa andrebbe chiamata democrazia, cioè il popolo si siede su delle sedie. Se noi invece prendessimo questo popolo e lo facessimo uscire fuori, se avessimo invece preso dieci persone e le avessimo fatte sedere qua, scelte dalla gente che stava fuori, e loro invece sono seduti qua, quei dieci, questa non sarebbe da chiamarsi democrazia. Questa si chiamerebbe diecicrazia. Cioè dieci sulle sedie. Non è il popolo a sedersi sulle sedie, questa è la democrazia. Finché il popolo non si siederà tutto sulle sedie, non ci sarà ancora democrazia». Quindi? «L’alternanza del potere vuol dire che c’è gente che si prende e si trasmette il potere tra di loro. Se ci fosse democrazia non ci sarebbe un’alternanza di potere. La democrazia significa il popolo che detiene il potere. Come fa a consegnarlo a uno?». Quindi perché mai i libici, che hanno già quella democrazia piena di sedie, dovrebbero «regredire » al sistema occidentale? «Auguriamo che la raggiunga anche il popolo italiano...». Grazie, Colonnello. Troppo buono.


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