lunedì 4 agosto 2008

Fumo negli occhi

LIBERI DALLA MUNNEZZA? NON PROPRIO

Come e perchè la risoluzione del problema die rifiuti a Napoli sembra essere solo un tampone ad una situazione che è invece andrebbe affrontata strutturalmente, comprendendo la piena applicazione del principio di prossimità ed appropriatezza nella gestione dei rifiuti.

di Antonio Massarutto

da http://www.lavoce.info/

Sono state ripulite le strade del centro di Napoli, non ancora la periferia e l'hinterland partenopeo. Si sono adottate misure tampone mentre resta irrisolto il problema di prendere provvedimenti strutturali, che rappresentino una soluzione duratura. Bisogna decidere fino a che puntosi può e si deve sostenere il principio dell'autosuficienza dei territori nello smaltimento dei rifiuti. Distinguendo le varie categorie ed evitando i giochi sporchi sulla munnezza.
Come in una vignetta dell’impareggiabile Giannelli, il mago di Arcore ha fatto o’ miracolo, ma più nell’apparenza che nella sostanza. La munnezza è sparita dalle strade di Napoli, o per meglio dire sono state ripulite le strade del centro, mentre lasciano ancora a desiderare le condizioni della periferia e dell’hinterland. Ma soprattutto, la soluzione strutturale – quella vera – è ancora lontana. Qualche treno per la Germania, i soldati a Chiaiano, discariche misteriose reperite in regioni limitrofe, un aiutino da Formigoni e Galan possono andar bene per un po’, fin che passa l’estate. Dopo, speriamo che la vera magia, quella di far partire l’impianto di Acerra, si verifichi sul serio , e che pian piano entrino in funzione anche quelli che permetteranno di far fuori il cumulo di ecoballe finora accumulato (5 milioni di tonnellate, se ho fatto i conti bene: ci vorrà un impianto come quello di Acerra che funziona a regime per 10 anni per finirle tutte). Nel frattempo, si imparerà anche tutti insieme a fare la raccolta differenziata. Forse quel giorno Napoli rialzerà la testa e il mondo invidierà il suo schema logistico (parole del mago). Fino ad allora, meglio evitare i toni trionfalistici.Godiamoci quest’estate tranquilla, ad ogni modo; evitiamo di rovinarcela chiedendoci quante delle deroghe alla legislazione vigente hanno dovuto effettivamente essere impiegate (l’art. 18 del DL di maggio contiene un elenco di norme che il sottosegretario e i capi missione sono autorizzati a derogare, lungo circa 2 pagine). Approfittiamone piuttosto per fare una riflessione un po’ più generale.Si è parlato molto dell’apporto di Lombardia e Veneto, e si è sottolineata la sospetta doppiezza di Formigoni e Galan, tanto recisi nel dire di no quando comandava la sinistra, e ora pronti a venire in soccorso. Per la verità, le due regioni riceveranno in tutto circa 6-7 mila tonnellate a testa, contro le 150 mila o più dirette in Germania: un valore poco più che simbolico, l’equivalente di una settimana di rifiuti prodotti dalla sola Napoli; utile più che altro a tacitare chi invocava il “pan per focaccia” reso alle regioni del Nord che troppo a lungo hanno approfittato della Campania ostaggio della camorra.Ma al di là dei numeri, resta la questione di fondo: ha senso trasportare i rifiuti a così grande distanza, emergenza a parte? è legittimo? è legittimo dire di no ?

IL PRINCIPIO DI AUTOSUFFICIENZA

Come ricordavo in un precedente articolo, la questione è un po’ più complessa di quanto comunemente si ritiene. Per i rifiuti urbani vige un principio di autosufficienza, in base al quale ogni ambito territoriale di dimensioni ragionevoli dovrebbe gestire i propri rifiuti da sé. Si tratta di un principio che ha una sua logica, ma se ci pensiamo bene ce l’ha fino a un certo punto. Se smaltire (correttamente) i rifiuti inquina più o meno come tante altre attività industriali, per quale motivo non imponiamo l’autosufficienza anche per quelle? Perché non obblighiamo ogni provincia a coprire da sola il proprio fabbisogno energetico – e anzi cerchiamo in tutti i modi di creare un mercato europeo dell’energia? Se l’energia elettrica consumata a Napoli può provenire da una centrale nucleare finlandese, perché mai i rifiuti di Napoli non potrebbero essere smaltiti in un impianto finlandese? Se produrre piastrelle e conciare pelli inquina quanto bruciare rifiuti, perché le regioni del nord non impongono un bando contro l’esportazione, stabilendo che sul territorio si possono produrre solo quelle destinate al mercato locale?

RIFIUTI URBANI E SPECIALI

In effetti, il principio di autosufficienza vale per i rifiuti urbani, ma non per gli speciali. Cosa sono gli speciali? Sono tutti i rifiuti generati dalle attività produttive e commerciali, di qualsiasi natura, anche pericolosi. Chi detiene rifiuti speciali è obbligato a servirsi di un operatore accreditato, il quale avvierà le varie categorie di rifiuti (individuate dai codici CER(1)) a impianti e trattamenti autorizzati per quelle categorie, che però possono trovarsi ovunque. I trattamenti in questione possono consistere in un gran numero di attività che spostano, trasformano, mischiano, tritano i diversi materiali con l’obiettivo o di destinarli a qualche forma di recupero più o meno diretto oppure in discarica.Anche ciò che residua dal trattamento degli urbani sono rifiuti speciali. In un impianto di selezione meccanica entrano rifiuti indifferenziati ed escono compost, cdr, qualche po’ di metallo o altri materiali recuperabili e scarti. Gli scarti sono un rifiuto speciale, ma anche il cdr e il compost invenduti lo sono, come lo sarebbe una partita di merce deperibile rimasta invenduta in un magazzino.Dunque, in sé e per sé, non c’è niente di male o di illegale se i rifiuti urbani, una volta trattati e divenuti speciali, escono dal territorio che li ha prodotti. Purché l’intera filiera che va dal cassonetto al destino finale sia correttamente monitorata e i materiali vadano dove è lecito che vadano.

LA FILIERA SPEZZATA

Di male, anzi di malissimo, c’è invece nel momento in cui il trasferimento altrove significa che i vari rifiuti fanno perdere le tracce, cosa che può avvenire in molti modi. Cambi di codice CER grazie a miscelazioni truffaldine (vietate, ma difficili da scoprire) e analisi compiacenti. Capannoni di “stoccaggio temporaneo” che un bel giorno prendono fuoco. Navi cariche di “materie secondarie” dirette a qualche attività economica fantasma in un paese in via di sviluppo che affondano nel mezzo dell’oceano. Siti compiacenti, in Europa o meglio ancora fuori, che dichiarano di voler acquistare scarti per recuperarli nei propri cicli produttivi, e poi fanno sparire il tutto approfittando dell’assenza dei controlli.E poi si potrebbe obiettare sulla malizia di chi ha optato per certe soluzioni di riciclaggio, ben sapendo che poco o nulla si sarebbe riciclato, ma contando sull’escamotage legale per indirizzare il flusso verso altri territori. Lo ha fatto Milano per prima, lo stanno facendo un po’ tutti al Nord. Ma almeno, quelli che vanno in giro per l’Italia sono rifiuti stabilizzati, trattati, inerti. “Ecoballe”, più o meno, ma fatte in modo decente. Rifiuti che quand’anche fossero seppelliti hanno impatti ambientali molto minori di quelli del rifiuto tal quale. E pagano il servizio, non scaricandolo alla protezione civile come se fosse una calamità naturale.(2)Almeno per gli urbani, si potrebbe trovare una soluzione salomonica ma tutto sommato accettabile, funzionante grosso modo così. Distinguere, oltre a “urbani” e “speciali”, anche la categoria dei materiali che risultano dagli urbani. Per questi ultimi, stabilire quali sono i rifiuti davvero speciali (ceneri, residui di lavorazione, materiali che possano dimostrare l’avvenuto recupero) e quelli che invece non lo sono (cdr e compost invenduto, ecoballe e affini). Per quest’ultima categoria, ammettere l’uscita dal territorio ma penalizzarla fortemente con un’ecotassa adeguata, in modo da scoraggiare le furberie. Istituire una centrale di smistamento nazionale, che prenoti una certa capacità presso impianti ovunque dislocati, e la utilizzi tutte le volte che qualche regione non ce la fa da sola, obbligandola però almeno ad effettuare il primo trattamento. Già in passato, a quanto mi risulta, la protezione civile ha fatto ricorso alle aste per procurare capacità d’emergenza. I proventi dell’ecotassa siano destinati alle comunità che ospitano gli impianti di destinazione. Il tutto – prezzo di smaltimento ed ecotassa – sia posto a carico della comunità che non ha saputo provvedere da sola. Ammettere eventualmente che vi siano accordi volontari diretti tra regioni, o tra ambiti territoriali, per condividere l’uso di impianti senza passare dall’intermediazione dello stato.

(1) Il CER – Catalogo europeo dei rifiuti – è un elenco di materiali contraddistinti da un codice che ne individua la natura e la pericolosità.(2) Ricordiamo che, ai sensi del DL del 23-5-08 (art. 17) la copertura della spesa per la gestione dell’emergenza, valutata in 150 milioni di €, è posta interamente a carico del bilancio dello stato, sebbene stornandola da un capitolo di spesa (il Fondo per lo sviluppo delle aree sottoutilizzate) che sarebbe stato presumibilmente destinato al Sud.

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